Alessandra Pigni

Ricomincio da tre

(2013)

 



Nota

Un pezzo stupendo sull'insopprimibile e vitale scontento esistenziale e sulla voglia di vivere pienamente la propria vita.

 


 

Chi parte sa da che cosa fugge ma non sa che cosa cerca. (Montaigne/Lello)


E così con Al Jazeera che mi racconta di un’altra guerra riempio scatoloni, sfoglio carte accatastate, rileggo lettere che non ho buttato, trovo ricordi che avevo dimenticato. Sette anni non sono tanti ma hanno coinciso con la decade tra i trenta e quasi quaranta anni, e allora certe riflessioni si fanno.

Cos’è cambiato? Cosa è rimasto uguale?

Nello sfogliare libri e ricordi.

Una lettera di mia mamma che mi dice che la felicità dall’altro capo del mondo è una illusione.

I disegni dei miei bambini palestinesi che mi raccontano un’altra guerra su Gaza. Era il 2008.

Libri di psicologia che non mi interessano più.

Un vecchio portatile che nemmeno mi ricordavo più di avere.

In soffitta una valigia semi-sfasciata dalla sicurezza israeliana a Tel Aviv. Mi farà compagnia per l’ultimo trasloco e poi finirà in discarica.

Una riflessione sull’inquietudine scritta da me a matita su non ricordo più quale libro. In un altro, il mio appunto con le ironiche parole del principe di Salina: “L’amore? Fuoco e fiamme per un anno. Cenere per trenta.” Parlando da sola mi dico: “Voglio rileggere Il Gattopardo.”

Una foto dei miei nipoti bambini - oramai quasi maggiorenni.

La dedica del 2005 nel libro Yossl Rakover si rivolge a Dio [di Zvi Kolitz] “… continuando i nostri viaggi … alla ricerca e in moto perpetuo.”

Intanto chi me l’ha scritta ha una bimba, forse due, chissà e io sono sparita perché non riesco a portarmi dietro troppo passato. Anche con le persone a volte, ahimè, ho scelto il minimalismo. Perdonatemi.

Penso a quante cose inutili abbiamo e ci trasciniamo da un luogo all’altro o accatastiamo nelle nostre soffitte. Gli inglesi si sono anche inventati il concetto di “storage” per tenere le cose che non ci servono. Solo il pensiero è soffocante. Io che negli ultimi 12 mesi ho vissuto in sette case diverse apprezzo l’atto liberatorio di possedere meno. Non mi attacco nemmeno più ai libri che un tempo erano sacro possesso per me. Quando passo oltre faccio un metaforico falò di tutto quello che è stato e lo affido al bidone della spazzatura o ai charity shops inglesi, a seconda dell’importanza.

Allora cambio casa non perché il lavoro mi porta altrove, ma perché sono cambiata io. Perché non mi serve una casa grande in una bucolica cittadina accademica quando è più il tempo che trascorro tra aerei e aeroporti. Non mi servono più tutti quei libri di psicologia perché non mi interessa più né capire né ascoltare i nostri noiosi problemi. Libri di meditazione? Mah. Dubito rappresentino uno strumento utile all’illuminazione. E quelle scartoffie della banca? Buttate tutte. Le cose importanti sono online. CD, DVD, lo stereo. Ma che me ne faccio? Non siamo mica negli anni ’90.

Tengo alcune lettere di chi mi vuole o mi ha voluto bene. Tengo i disegni dei miei bambini palestinesi perché se in Palestina non ho trovato la felicità, ho trovato un senso che non mi permette più di vivere una vita normale. Whatever this means. Forse la vita con la valigia in mano ad un certo punto è affascinante solo per chi non la fa e si limita ad ascoltare i nostri racconti. Come il protagonista di Novecento, in fondo l’ignoto spaventa.

Non ho ancora trovato una formula alternativa che mi faccia sentire viva e dunque mi muovo. Pur nella piena consapevolezza che, come diceva Pessoa “Non sbarchiamo mai da noi stessi.” E sono certa che non saranno né un lavoro né una bella casa altrove a farmi fermare. I cuori inquieti si fermano solo per un motivo e non sono io a dovervelo spiegare. In una breve parentesi a Gerusalemme credevo di aver trovato una stabilità interiore. Invece era come una tregua tra Hamas e Israele. Da tempo so che quei luoghi caotici ed estremi, meraviglioso e crudeli, sono lo specchio della mia anima. E l’ho finalmente letto in un romanzo divorato tutto d’un fiato [Susan Abulhawa, Ogni mattina a Jenin]:

“Fatima rise. Ma quando le confidai la serie di relazioni deludenti che avevo avuto negli Stati Uniti, la sua voce si fece più profonda e mi parlò con una saggezza che veniva dal cuore.”

“Amal, credo che la maggior parte degli americani non ami come amiamo noi. Non è questione di inferiorità o di superiorità. Vivono in sfere sicure e superficiali, e raramente spingono le emozioni umane nelle profondità in cui viviamo noi. Vedo che sei confusa. Pensa alla paura. Quella che per noi è semplice paura per altri è terrore, perché ormai siamo anestetizzati dai fucili che abbiamo continuamente puntati contro. E il terrore che abbiamo conosciuto è qualcosa che pochi occidentali proveranno mai. L’occupazione israeliana ci ha esposti fin da piccoli a emozioni estreme, e adesso non possiamo che sentire in maniera estrema.
Le radici del nostro dolore affondano a tal punto nella perdita che la morte ha finito per vivere con noi, come se fosse un componente della famiglia che saremmo ben contenti di evitare, ma che comunque fa parte della famiglia. La nostra rabbia è un furore che gli occidentali non possono capire. La nostra tristezza può far piangere le pietre. E il nostro modo di amare non è diverso, Amal.
È un amore che puoi conoscere solo se hai provato la fame atroce che di notte ti rode il corpo. Un amore che puoi provare solo dopo che la vita ti ha salvato da una pioggia di bombe o di proiettili che volevano attraversare il corpo. È un amore che si tuffa verso l’infinito. Verso il luogo dove vive Dio.”

“Esposti ad emozioni estreme, adesso non possiamo che sentire in maniera estrema” dice la protagonista.

Oggi devo venire a patti con un senso di nostalgia perenne per i luoghi e le persone che amo e accettare una tensione interiore costante per cui mi sento tirata da parti diverse come chi insegue due conigli e non ne acciuffa mai uno.
Conoscete la storia?

Uno studente di arti marziali dice al maestro:” Vorrei migliorare la mia conoscenza delle arti marziali. Oltre ad imparare da te, vorrei studiare con un altro maestro per apprendere un diverso stile. Cosa ne pensi?”

Il maestro risponde: “Il cacciatore che insegue due conigli finisce per non prenderne nessuno.” [Confucio]

Forse è così. Ma intanto lo studente corre per il bosco, vede luoghi sconosciuti, incontra persone nuove, magari incrocia altri animali, esplora, raccoglie funghi, forse vede un tramonto o un’alba, sicuramente inciampa e si fa male. Qualcuno lo aiuta, altri lo ignorano. La vita passa, si cambia casa, si scrive, lavora, ama, continuando a chiedersi cosa si farà da grande.

In fondo hanno ragione tutti: mia mamma, Pessoa, il vecchio maestro orientale e lo studente che rincorre due conigli.

Chissà se poi il senso è acchiappare conigli.

Io intanto ricomincio da tre.

 


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