Moritz Schlick

Lo Stato

(1952)

 



Nota

Questo testo è il capitolo di un saggio (Natur und Kultur) di Moritz Schlick scritto probabilmente durante gli anni venti del secolo scorso e pubblicato solo nel 1952. In esso si trova la proposta di stati non territoriali in cui le persone decidono a quale organizzazione statale associarsi senza, per questo, dover emigrare altrove.
In sostanza l'idea della Panarchia o delle comunità volontarie non territoriali.

 


 

In tutta la nostra cultura europea (che ha trovato espressione anche fuori Europa) non c’è nulla che procuri più disagio agli individui dello Stato. Esso è la più frequente fonte di sofferenza. Poiché non c’è nulla da ridire sull’idea originaria dello Stato – unione mirante a proteggere e aiutare per mezzo di istituzioni volute dalla ragione – il difetto deve trovarsi nella realizzazione dell’idea. Devono aggiungersi ben altre idee per realizzare l’unione di molti in un’associazione. La prima domanda dovrebbe essere: chi partecipa a tale associazione? Secondo quale principio ha luogo la scelta?

Il successo può essere « benedetto » solo se si unisce ciò che fa parte di un insieme. E cosa fa parte di un insieme? All’inizio del processo di socializzazione questa questione procura solo pochi dubbi; inizialmente è questione di vicinanza fisica. È quindi la situazione locale che permette il processo e che poi fa sì che il « fattore geografico » resti efficace anche nelle fasi successive. Da principio la cosa è molto chiara in quanto anche gli altri criteri essenziali per l’unione sociale si ritrovano nel fattore locale: consanguineità, stessa lingua, stessi costumi, stessa razza. Persone che differiscono in uno di questi punti vivono separate anche fisicamente. Se c’è un problema in questa fase è solo questo (e qui si annunciano naturalmente già tutte le future difficoltà). Cosa considerare «vicinanza» dello spazio e dove incomincia « l’estraneo ». Per esempio, se più unità abitative si associano, la qual cosa avviene abitualmente sotto forma di una unione di ordine superiore, cioè in una associazione in cui i membri singoli non sono più individui umani bensì associazioni di questi. Già in culture molto progredite, come quelle della Grecia antica, possiamo osservare negli Stati Greci importanti caratteri di quanto sopra descritto.

Gli Stati sono prodotti della ragione in quanto solo tramite questa si possono creare regole fisse di vita comune che portano poi alla vita delle istituzioni. Si premette quindi che il coacervo istintivo che porta alla formazione di una massa o di una tribù non merita il nome di Stato. Lo Stato non ha quindi caratteristiche naturali ma solo quelle che gli si attribuiscono. Non ha entità in sé ma è così come lo si fa. Lo si può fare buono o cattivo, naturale o innaturale. È qui l’inizio della tragedia.
Tralasciamo dapprima gli sviluppi che provengono dai vari fattori o motivi di unificazione, quelli principalmente inscindibili dal momento locale iniziale, e che poi lentamente si dividono da questo e fra loro, e che poi, ognuno per sé, sviluppa come effetto indipendente. Se indirizziamo la nostra attenzione, innanzitutto, solo alle possibili effettive conseguenze dell’esistenza degli Stati, troviamo già così sufficiente occasione di meraviglia e critica.

Il significato dell’unione di individui è l’aumento delle forze. Aggressori che non possono essere combattuti dal singolo devono essere respinti e resi innocui dalla forza di una unione. Lo Stato ha pertanto senso finché è più forte dell’attaccante, e lo è di fronte ad un attaccante naturale, in quanto quest’ultimo può essere sempre solo un individuo o al massimo una piccola « banda ». Aggressività « naturale » è infatti quella che proviene da istinti di violenza o cattiveria, caratteristiche individuali!

Non appena però il potere costituito grazie all’unione venisse usato per un attacco e non per difesa sarebbe abuso. La violenza dello Stato ha lo scopo di bloccare individui o piccole bande; la disgrazia succede nel momento in cui la violenza venisse usata contro altri Stati.
Poiché qui giace la radice del male, questo è quanto di più importante può dire il filosofo in materia di Stato; e se gli riesce di innestare questo pensiero negli animi dei responsabili in maniera tale che questi ne traggano insegnamento e agiscano di conseguenza, allora la Filosofia salverebbe il mondo.

Se però si facesse questo dannoso e pericoloso passo per cui gli Stati si rivolgessero l'uno contro l’altro adoperando il potere che dovrebbe invece essere utilizzato solo contro piccoli delinquenti, allora il fine originale dell’idea verrebbe a mancare e si creerebbero le basi di gravi sviluppi, ben superiori a quanto prevedibile all’inizio. Si ripeterebbero infatti su un livello più alto – cioè fra Stati – i conflitti che prima avevano luogo solo fra individui, e l’equilibrio sarebbe per molte ragioni infinitamente più difficile.

Vogliate comunque osservare che questi nuovi contrasti hanno un’origine non naturale e sono superflui, in quanto non risiedono nelle cose! Esistono sì negli Stati che avete creato, ma uno Stato può essere fatto anche in un’altra maniera. Gli individui sono così come nascono ma li possiamo anche un po’ educare, dobbiamo fare i conti con la loro aggressività e cattiveria; ma se create uno Stato cattivo e aggressivo, questa è colpa vostra, nel significato più profondo che abbiamo dato all’idea di colpa. È un problema di morale, e non si può parlare di altri aspetti.

Se si crea uno Stato che possiede le stesse caratteristiche degli individui (aggressivi) che disturbano la pace  in quanto portatori di conflitti, questo Stato provocherà conflitti a sua volta, e ben più gravi. Questi saranno assai più pericolosi in quanto fra Stato e Nazioni non si svolgeranno secondo la dinamica come fra individui, ove le condizioni della società umana svolge azione moderante con processi di moralizzazione. La base di essa è data dagli istinti sociali che portano a unire l’individuo ad altri simili con tutto ciò che ha vita: il sentire naturale, il desiderio di voler far parte e di condividere, l’infinito bisogno di non essere isolati, il bene e l’amore. Lo Stato invece, il « mostro più freddo fra i mostri" (Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, 1883-1885) non ha nulla di ciò, è un essere artificiale, un prodotto della ragione, un Golem senza cuore. I sentimenti esistono solo negli individui.

Ma anche gli altri processi di moralizzazione, che sono indipendenti dai sentimenti sociali, quelli che non conoscono la simpatia e l’amore e che si basano sull’utilità e il vivere pacifico in comune – anche questi processi non possono esistere fra gli Stati e se esistono hanno un effetto minimo. Qui non esiste terreno fecondo per la crescita di una morale dei popoli o degli Stati perché manca una forza di costrizione: la sanzione.

Diritto, legge e opinione pubblica che scattano subito automaticamente per un individuo che disturba l’armonia della società, questi poteri, che sono al di sopra dell’individuo, non hanno un equivalente per gli Stati; non esiste pertanto un metodo di costrizione per punire uno Stato che ha infranto la pace – o cosa ancora più logica perché scopo finale – non esiste un deterrente all’attacco violento. Il pensiero che si dovrebbe creare un equivalente per amore della pace è naturalmente ben vivo, ogni intelligenza che riflette su queste questioni vi cozzerà contro e cercherà di appoggiare la creazione di un Foro sopra-nazionale. Ma questi tentativi possono avere per ora solo un successo molto limitato; gli Stati sono troppo piccoli o – cosa che si esaurisce come sopra – alcuni fra essi sono troppo grandi e possono quindi offendere impunemente gli altri. 
Lo viviamo quasi ogni giorno: il giudizio comune degli altri non viene riconosciuto da uno Stato in conflitto come “opinione pubblica”, ma pare scaturire solo dall’egoismo degli altri, forse dalla loro invidia o semplicemente dalla loro follia; potrebbe provenire dall’intrinseca perfidia che si può dimostrare attraverso la loro storia. Una interpretazione o costruzione del genere è sempre possibile, perché in effetti nell’associazione statale non è possibile educare un’opinione pubblica come nella società degli individui.

Uno Stato non ha opinioni così come non ha sentimenti. Al massimo si potrebbero formulare un certo numero di principi da dichiarare tramite decreto governativo, referendum popolare ecc. come principi intoccabili, e questi potrebbero poi valere formalmente come parere dello stato.
Grazie al confronto e a una cultura media si potrebbe pervenire a un’idea generale di sovrastato da parte delle Nazioni colte (così come si perviene ai regolamenti del “diritto del popolo”), ma convenzioni di questo tipo possono essere dapprima di natura generica (altrimenti non si giungerebbe ad un accordo su di esse); nel momento dell’espletazione ci sarebbero ancora varie differenze, e in secondo luogo non sarebbero mai davvero “vive”, cioè l’evoluzione degli avvenimenti non avrebbe luogo allo stesso modo delle azioni degli individui, che si basano su opinioni sottoposte ad una costante oscillazione e scambio.
Gli individui sono mobili e si mescolano fra loro, ognuno conosce molti altri – senza movimento fra loro non c’è una realtà umana degna di chiamarsi tale. Gli Stati invece persistono sul loro luogo, ogni scambio fra essi avviene da lontano, il concetto del conoscersi non sussiste, dei loro “cittadini” solo i viaggiatori si scambiano contatti – e anche qui solo in maniera superficiale, e anche se grazie ai moderni mezzi e alle esigenze di trasporto diventa impossibile una vera chiusura, resta il fatto che ognuno cerca con tutte le sue forze di rendersi “indipendente”, e si continua a flirtare con il desiderio egoistico di autarchia.

In breve, non c’è morale fra Stati e Popoli. Cioè, non esiste un sistema di regole riconosciute e tanto meno seguite, un sistema che garantisca un’esistenza comune indisturbata di queste società allargate o che possa proteggere ognuna di esse contro attacchi provenienti da altre; non esiste nessun sistema o regola che, anche se venissero rispettati, potrebbero proteggere uno Stato che avesse messo tutto in opera per la sua sicurezza e per il benessere dei suoi cittadini. L’anarchia soprastatale si mostra nella maniera più chiara nell’arbitrio con cui si dichiara permesso ciò che fra individui è vietato. Non solo si permette l’uso della violenza e la sopraffazione dell’avversario, ma anche veleno, inganno e menzogna (spionaggio, diffusione di false notizie e smentite, la verità è taciuta o deformata). E si ritiene che tutto ciò può trovare accordo con “l’onore” del popolo. Almeno una volta in tempi di guerra valeva la regola che solo i soldati dell’avversario venivano considerati nemici; ma ora si adduce la “necessità” con tono di scusa; e anche se non si portano via come schiavi le donne e i bambini, come nei tempi antichi, si buttano su di loro bombe e si distruggono le loro case e i loro beni.

Mentre la vanteria e l’autoesaltazione rendono un individuo ridicolo e degno di disprezzo e un comportamento riservato o meritevole viene ritenuto lodevole, lo Stato pretende di essere osannato sopra tutto e chi trova qualcosa da criticare alla propria nazione viene ritenuto colpevole di “insozzare il proprio nido”, come si suol dire. Mentre nella vita privata solo il rozzo vuole avere sempre ragione e invece dimostra la qualità del proprio animo chi confessa il proprio torto di fronte agli altri; al contrario, è considerato alto tradimento il solo accennare alla possibilità che il proprio Stato forse difende una causa sbagliata. In realtà un ammonimento del genere può essere la salvezza della propria Patria e la difesa della dignità della comunità. L’unica spiegazione del fatto che lo Stato non ha mai torto equivarrebbe a dire che il torto non esiste. Perciò ha detto Fichte “lo Stato ha sempre ragione”.

La causa di tale differenza di misura di valori non potrebbe forse trovarsi nel fatto che, mentre la presunzione di un individuo potrebbe creare rabbia presso i simili del suo territorio, l’autolode di un popolo di cui anche essi fanno parte, diventa musica per le loro orecchie? Temo che a questo punto diventi palese quello che pensa il filosofo: le aspettative “morali” delle persone vengono influenzate dalle sanzioni esterne, cioè dai desideri e inclinazioni dell’ambiente prossimo, e questo proprio perché esso è “prossimo”. Altri popoli sono lontani – cosa ci interessa il loro benessere o malessere? Buono è ciò che i nostri vicini dichiarano per buono, dovere è ciò a cui ci richiamano con la parola e lo scritto e con tutti i mezzi della suggestione, ora dopo ora e giorno dopo giorno, cosa che pretendono senza fine. E se sono lupi, è un dovere di ululare con loro.
Ma il guaio è che gli altri Stati non sono così lontani da non sentire l’ululato che può essere facile preda di un’aggressione. E si scopre presto che non tutto ciò che viene lodato è buono per la società e la propria nazione.

Un popolo che non trasmette ai propri cittadini il principio di comprensione e accettazione delle caratteristiche, bisogni e desideri di altre nazioni e razze, come propri, un tale popolo sarà per la sua arroganza di disturbo alla pace, proprio come un individuo arrogante nel suo ambiente porterà sofferenza ai suoi cittadini. I valori che provengono da un territorio troppo limitato – e qui si parla di tutto un popolo o di tutta una parte della terra – tali valori non sono appunto valori definitivi da cui dipendano il bene e il male della terra e quindi di ogni singolo. Non è vero che lo Stato ha sempre “ragione” (naturalmente anche nei confronti di un individuo che può essere al servizio di interessi più alti), anche qui si deve decidere tramite regole sul lecito e illecito. E queste regole devono essere simili a quelle della morale individuale per essere in grado di condurre i popoli all'essere capaci di felicità.

In Europa dall’epoca dell’Illuminismo si pensava che tale idea sarebbe diventata con il tempo naturale per tutti, ma oggi ci sono teorie che considerano tutto ciò una menzogna.

C’è sì un punto in cui tutti concordano teoricamente, che la morale individuale sia senz’altro riconducibile alle relazioni fra gli Stati; si tratta in questo caso di una relazione di diritto ben semplice: la conduzione di contratti. Qui esiste una sanzione naturale e automatica che si crea con la stipula di un contratto; nel momento in cui lo si contrae si desidera fissare una situazione e la sua rottura significa annullamento della stessa. Cessa di esistere anche per il contraente, quello che si voleva legare. Questa sanzione naturalmente non è perfetta, il suo effetto può terminare molto facilmente, quando i contenuti contemplati dal contratto vengono meno. Forse non si vuole più legare il partner, o si pensa di legarlo meglio con altri mezzi, per es. una minaccia di violenza, forse la situazione generale è cambiata. Quest’ultimo caso esiste specialmente quando, come si suol dire, si è stati obbligati a concludere il contratto, cioè quando l’azione è scaturita da una situazione di necessità temporale o per debolezza del partner. Ne risulta quindi che ritrovata l’energia o venuti fuori dalla situazione di necessità si considera il contratto un pezzo di carta straccia o lo si dichiara “una imposizione”.

Contratti che si firmano alla fine di una guerra sono in genere imposti, escluso il raro caso in cui non si è giunti ad uno sbocco militare ed entrambi le parti sono stanche di combattersi, pur avendo avuto la capacità di arrivare ad una conclusione del conflitto con un esito favorevole.
In questo senso si può dire che ogni guerra termina con un trattato perché nessuno ammetterà che il più debole sarebbe stato spinto al medesimo contratto se non avesse subito la disfatta, cioè se non si fosse trovato in una situazione di costrizione e debolezza. Perciò, se i trattati non avessero un aspetto vincolante, sarebbe del tutto inutile contrarli alla fine di un conflitto. Nell’ambito di accordi internazionali erano possibili solo quelli di tipo commerciali o simili, quelli che contengono nella loro stesura sanzioni automatiche. D’altronde fra gli Stati esisteva un rapporto di forza.

Io concordo fortemente con l’opinione della vecchia Filosofia, che questa situazione porta alla rovina e che è fortemente auspicabile che una morale dello Stato debba essere forgiata sullo stile della morale dell’individuo. Esistono ora, come accennato, teorie che non solo accettano che vi siano poche sanzioni internazionali e norme di costume, ma considerano tale situazione inevitabile e addirittura la glorificano. Considerano le Nazioni come le più alte istanze al di sopra delle quali nulla deve e può esistere, vorrebbero trasformare le regole del costume individuale secondo il concetto della loro idea di Stato. Pace e tolleranza hanno per loro pochissima importanza. “Pacifista” cioè costruttore della pace, è per loro un’ingiuria e parlano malvolentieri di bontà, amore e umanità, privilegiando il potere, l’inclinazione al conflitto e la solidarietà. Desidero giusto accennare che questi profeti fanno ingiustamente riferimento a Nietzsche, lo si capisce già dal ruolo che ha la terra per loro e per Nietzsche, e laddove usano le sue parole, queste acquistano un significato ben diverso ed hanno un altro sfondo.

Nietzsche ha espresso il suo disprezzo per il piccolo e il debole, e la sua dottrina ha lodato il potere e i forti, senz’altro un’espressione infelice! Ma certamente si aspettava di essere “capito”, un grande pensatore può addirittura sperare che il suo pensiero – liberato dall’espressione temporale – venga capito meglio dalle generazioni future che da sé stesso. La guerra cui pensa Nietzsche è il conflitto dell’individuo contro gli individui o il conflitto dell’individuo contro la massa; e anche se questo non è pensato come puro conflitto dello spirito, sarebbe comunque ridicolo di immaginarlo come lotta con armi e cannoni a tiro rapido. La parola “guerra” ha oggi in politica tutt’altro significato che in bocca a Nietzsche; oggi significa un’organizzazione distruttiva che fa paura e di grandi dimensioni, che con macchine di ogni tipo e da grande distanza proietta masse di metallo e gas velenosi su individui ben nascosti, su degni e indegni, felici e infelici, intelligenti e stupidi, forti e deboli, valorosi e paurosi. È un furore indiscriminato di voglia di distruzione. Nessuna gara, nessuna selezione, una catastrofe naturale, una manifestazione di massa, del tutto incompatibile con quanto Nietzsche considera nell’espressione guerra. La lotta che Nietzsche auspica e che ritiene presupposto per il superuomo non necessita dell’ira degli individui fra loro, non c’è lotta migliore di quella contro la natura; infatti Nietzsche dice “l’esempio grandioso: l’uomo nella natura – l’essere più debole e più intelligente che si erige a dominatore, sottomettendo le stupide violenze.” [1]

Una confutazione della “morale dell’uomo superiore” non è in discussione. Si potrebbe condurla solo con la prova che la morale del bene non è un prodotto di individui mediocri (non appartiene peraltro solo alla cristianità né alle relazioni del passivo Oriente) essa è invece espressione della natura umana più profonda, è il prodotto dello sviluppo del nostro genere, ben più vecchio e degno di ogni singolo popolo o Nazione. È l’etica che ha prodotto questa prova, e già molto tempo fa. Nietzsche non lo ha provato con il Vangelo del potere. Io lo ritengo il più ricco e luminoso spirito del 19° secolo, ma non cerco presso di lui consiglio sullo spirito del potere come non lo cerco per un quesito di matematica. È il destino più amaro per un grande uomo far più effetto per i suoi errori che per le sue verità.

Qui non dobbiamo indovinare di nuovo i compiti dell’etica [2]. Li presupponiamo in anticipo e li applichiamo.

Li applichiamo all’ideologia e alla mistica con cui oggi si circonda lo Stato. Dimostrare onore divino ad una semplice istituzione o all’insieme delle leggi e strutture statali parrebbe ai più del tutto assurdo. Si erige perciò una substruttura, si tenta di riempire lo schema vuoto con sangue vivo. Per questa ragione si ritorna a quei principi che debbono stabilire quali individui possono far parte dello Stato.

Il criterio più valido – come abbiamo visto – era che il principio di vita in comune dovesse coincidere con vari altri principi possibili, ma questo solo in piccole società, abbinabili ai livelli di cultura e a fattori geografici. Ma già il fattore geografico diventa naturalmente il punto centrale dei sentimenti forti che lo Stato può mettere al suo servizio. Il luogo in cui una persona vive determina tutto il suo modo di sentire, innanzitutto tramite il mestiere – per cui si diventa marinaio, cacciatore, contadino; poi più genericamente – attraverso il clima e gli effetti miracolosi che la natura può provocare sull’animo umano - le conseguenze di questi fanno un tutt’uno con gli individui prossimi; fattori che legano i cuori e che si mantengono malgrado tutti i trapianti, rispondono all’espressione “home sweet home”. Ogni individuo che non ha vissuto la sua giovinezza in una grande città, ha una patria, ma un popolo non ne ha, o, se ce l’ha, essa ha un senso molto lato. E su di essa non si può fondare nessuna mistica della “terra”. Dal sentimento per la patria non scaturisce nessun diritto o dovere legato alla “terra”. Se un contadino ha più figli, non tutti possono restare sulla zolla, perché non trovano posto sufficiente – ma hanno essi un “diritto” su un altro terreno qualsiasi? Quando un popolo si ingrandisce ha diritto a terre su cui vivono già altri? Anche le popolazioni cambiano la loro residenza; ciò che è estraneo ai padri diventa la patria dei figli. Uno Stato può avere pretese su un paese su cui è stato sovrano per una generazione? O se lo ha dominato per 100 o 200 anni? Si parla di regni millenari – cosa hanno di millenario? Il nome? La lingua? La forma di governo? I confini geografici? Certamente soprattutto il nome, tutto il resto si modifica lentamente o tramite scosse.

Dominatori guerrieri vogliono sudditi forti. Per essere forti si deve possedere orgoglio, non importa di che tipo o di che materia, quello che è importante è l’effetto. È davvero difficile trovare per ogni individuo l’oggetto del suo giusto orgoglio (supposto che un tale diritto esista) ma è senz’altro facile renderlo orgoglioso. Se l'individuo non eccelle in nulla, se non possiede qualità, può essere orgoglioso delle qualità e dei risultati e abilità altrui, bisogna solo trovare un mezzo per farglieli sentire come propri. In genere è sufficiente che gli altri abbiano qualcosa in comune con lui, per esempio, che vivano nella stessa città, che si siano seduti una volta sulla stessa sedia, forse che abbiano mangiato una volta alla stessa tavola! Quando qualcuno ha una persona eccezionale nella propria famiglia, ne è orgoglioso, si ha lo stesso “sangue”. Non ci sono individui eccezionali in ogni famiglia, ma in ogni popolo se ne trova sempre uno. Un eroe di guerra, uno scienziato, un poeta che abbia vissuto nello stesso paese e che abbia parlato la stessa nostra lingua. E poiché si conosce meglio di altri questo paese e se ne parla meglio la lingua, si può onorare la grandezza di questi grandi uomini, e la loro vicinanza li fa apparire ancora più sublimi. È quindi necessario aggiungere solo la teoria che il popolo ha fatto emergere questi grandi – il popolo cui si appartiene – e si possiede così un oggetto di orgoglio; è appena immaginabile trovarne di più grande e duraturo. E tutti gli altri con cui si è in contatto quotidiano ci rafforzano in questo orgoglio, sono soddisfatti che proprio ciò ci elevi. E questo è un punto in comune, anche essi vengono elevati. Appartenere proprio a “questo” popolo, ciò ci innalza al di sopra degli altri popoli.
E qui si allarga audacemente l’idea della “parentela” quando si dice dei membri di un popolo (a volte tramite l’utilizzo di una leggenda su un padre del ceppo) che appartengono allo “stesso sangue”. In questo momento gli individui si elevano reciprocamente nell’adorazione del sangue e visto che a questo processo non si mettono limiti, possono raggiungere i più alti gradi di entusiasmo possibili in un individuo, soprattutto quando sono in azione forze di incentivo e si tengono volutamente lontane eventuali controreazioni, come i commenti di altri popoli.

È così che sotto la spinta motrice degli avvenimenti popolari nasce il senso patriottico più forte.

Il senso patriottico può portare, come ogni orgoglio, alla riduzione di situazioni di bisogno grazie all’apporto delle nuove energie che rendono felici; esso spinge a grandi prestazioni con le quali si desidera imitare gli esempi ammirati degli avi del proprio popolo, dimostrandosi quindi degni della loro grandezza, di cui ci si sente già parte. Un tale orgoglio può essere utile solo se spinge ad ascoltare le voci degli altri popoli, a cercare i loro esempi e a rinforzarsi grazie alla loro lode o critica; anche dalla critica, perché grazie ad essa si cerca con ancora più energia di provare che essa ha torto. Se si ha invece ragione diventa un onore cogliere questa occasione per eliminare in futuro gli errori commessi.

Ma ahimè, molti popoli credono – nella loro miopia – che il senso nazionale non può sopportare e accettare quest'ultima eventualità. La propria nazione deve avere sempre ragione, una critica di altri è una insolenza, se poi si tratta di politica anche la lode è illecita perché viene lodato il nostro spirito pacifico, che non è altro se non debolezza.

Quanto buona sarebbe ogni coscienza nazionale se portasse sempre a un desiderio più grande di agire! Quanto malvagia è quando potenzia invece solo l’aggressività e i contrasti tra i popoli! Tra le persone si distingue benissimo fra l’orgoglio vero e distinto e la presunzione accecante perché qui appunto grazie alla vita in comune si sono sviluppati concetti morali, fra le nazioni; invece, dove mancano questi concetti o vengono ignorati, non si nota la frontiera tra orgoglio e vanitosa presunzione in quanto non c’è nessun significato nelle azioni anche se trovano formulazione nelle parole.

La vera coscienza nazionale comprende una certa dolcezza e dimestichezza naturale per tutte le cose che comprendiamo bene perché esse ci parlano nella nostra stessa lingua.

Il senso nazionale deviato, deformato e gonfiato è colpevole della sofferenza dell’umanità nei confronti dello Stato. Infatti lo Stato si è impossessato con i suoi mezzi volgari e le sue istituzioni inflessibili del senso di appartenenza, in sé inoffensivo, per asservirlo ai suoi scopi aggressivi. Purtroppo non raramente utilizza ogni mezzo per rafforzare l’effetto. Quando si esauriscono tutte le ragioni che rendono gli individui orgogliosi di appartenere a un popolo, se ne creano delle nuove per sviluppare l’orgoglio di non appartenere ad un determinato popolo; questo deve essere per forza un popolo cattivo, anche se è certo che per natura non esiste un popolo così, ma allora lo si rende spregevole con la diffamazione. Ed è così che gli uomini di Stato usano l’Antisemitismo in una maniera del tutto furfantesca: se non trovano più nulla con cui rendere sicuri di sé i propri seguaci, allora possono sempre dire di non essere ebrei. In alcune relazioni l’idea della razza viene preferita a quella del popolo, e qualche popolo aggiunge volentieri all’orgoglio nazionale l’orgoglio della razza, e allora diventa un tutt’uno perché il legame del sangue deve essere ben accentuato, è attraverso esso che le razze vengono definite, mentre questo legame ha un ruolo secondario nel contesto del popolo. Certo in questo momento gli Stati coincidono meno con le razze che con i popoli. Questa situazione procurerà difficoltà decisive a coloro che vogliono utilizzare in maniera pratica il Razzismo.

Le affinità naturali degli individui (che non sono mai aggressive) non coincidono per nulla con quelle artificiali create dagli Stati e non debbono neanche coincidere, finché lo Stato resta fedele al suo compito primario di voler proteggere e difendere. Ma raramente esso resta fedele a questi principi, quasi sempre diventa aggressivo e vuole godere dei privilegi provenienti dall’unità e associazione degli individui. Da questo sforzo provengono tutti i tentativi spasmodici di volersi occupare oltre che del fattore geografico-territoriale soprattutto delle relazioni interne come parentela e appartenenza ai costumi, oltre che di voler approfondire il principio territoriale grazie a una “Mistica” della “terra”.

Ma tutto questo resta alla fine vano. Non si può tirar fuori determinati legami naturali e ignorarne altri, anche naturali, tipo le antipatie, perché entreranno presto in conflitto fra loro e contrasteranno il risultato, a meno che non ci si sia assicurati prima che le affinità che si vogliono appoggiare siano davvero le più forti, tanto forti da poter trionfare su tutti gli altri legami.

In questo si trova il grande errore di calcolo di quegli Stati che vogliono creare la propria personalità divina sul principio della nazionalità e che considerano l’individuo singolo – contraddicendo profondamente l’idea di Kant – non come scopo ma puramente come semplice mezzo a servizio della nazione. È infatti totalmente sbagliato ritenere che i sentimenti che scaturiscono dal “sangue” e dalla “terra” siano i criteri più forti che uniscono gli individui fra loro; per tutte le masse e collettività essi sono, soprattutto, di tipo esteriore se paragonati alle energie che la natura destina al singolo individuo; sono queste la vera sorgente della elevazione massima del singolo nonché del progresso globale.

Le caratteristiche individuali variano molto più di quelle dei popoli, nazioni e dei generi. Ciò vale per le caratteristiche esteriori (mi impegno a trovare un certo numero di ungheresi che sembrano inglesi, o russi che potrebbero essere presi per francesi) o anche – in misura ben maggiore – per le caratteristiche interiori, che sono di primaria importanza nelle relazioni umane fra gli individui. Sono naturalmente solo quelle davvero essenziali che vengono prese in considerazione per la morale e che creano nello stesso tempo la base della più profonda simpatia o antipatia. E queste inclinazioni sono molto più forti per la salute dell’umanità di tutti i sentimenti che si basano sulla comunanza del luogo, della provenienza o dei costumi; esse provengono dalle realtà più autentiche, dal contatto tra singolo e singolo,  e si ritrovano in un impulso comune di un tutt’uno senza forma. I gruppi: famiglia, stato sociale, nazione, diventano ombre astratte.
Se mio cugino ha fatto un torto al mio amico, starò dalla sua parte perché mi è parente? Non mi sarà forse più vicino un individuo puro, buono, che per caso appartiene ad un’altra nazione di un compaesano che può avere un carattere cattivo e brutale?
Queste trivialità sono forse già conosciute? Beh, a me non importa che persone argute siano scandalizzate da quello che affermo. La matematica insegna che se si ignorano gli assurdi si mancano verità utili.

E per il semplice fatto che le differenze individuali sono maggiori di quelle presentate dai gruppi, ne deriva necessariamente l’insostenibilità della follia razziale, cioè la falsità di tutti i principi che vogliono dare alla nazionalità il primato del valore più alto. Infatti mettere una razza o una nazione contro un’altra avrebbe senso solo se questa razza o nazione fosse superiore, laddove “superiore” può solo voler dire migliore ”sub specie aeterni”, o “migliore davanti a Dio”, o nella nostra lingua prosaica, moralmente migliore. Forse è davvero possibile che in questo senso esistano vere differenze di valori fra i popoli – ma allora ognuno dovrebbe lasciare che sia l’altro a dare un giudizio del proprio valore.
Se ogni nazione si dichiara come la migliore (forse, secondo il bel circolo vizioso, pretendendo di possedere maggiori capacità di giudizio delle altre) allora tutto è solo una grande tragicommedia. Tuttavia, anche se tali giudizi fossero corretti, potrebbero comunque riguardare solo la media del popolo. Si dovrebbe ammettere che anche nel miglior Popolo si trovano furfanti detestabili, e al contrario, esistono i migliori caratteri in un popolo disprezzato. Già con questa affermazione si supera il principio della razza e della nazionalità perché si riconosce per principio che è più onorevole far parte di un popolo straniero che appartenere alla feccia del proprio [3].

Per l’orgoglio nazionale questa è un’ammissione scomoda perché allora la sola nazionalità in quanto tale non può giustificare nessuna preferenza; si dovrebbe prima provare ad appartenere a un’élite e non al suo scarto. Ma visto che le differenza essenziali fra i vari popoli sono molto minori di quelle fra cascame ed élite all’interno di ogni popolo, diventa chiaro: o si misura con il metro della morale, e allora l’alternativa si può solo chiamare élite o scarto, oppure, per il giudizio ci si attiene all’alternativa: la propria nazione o quella straniera? E in tale maniera ci si sposta con il proprio giudizio fuori della morale. Questo deve essere preso in conto dal Filosofo che non può arzigogolare. 

Una certa sottigliezza che vorrebbe togliere alla spregevole ostilità e alla lotta della razza l’odio della condanna morale si può trovare nell’espressione talvolta usata, per cui non si afferma certo che le altre nazioni o razze siano inferiori, si dice solo “diverse”, “straniere”, e con questo si ritiene quindi opportuno eliminare la loro influenza sulle strutture e concetti paesani.
Qui il Filosofo deve interrogarsi su due cose. Primo: Come, un individuo valoroso che appartiene ad un altro paese ti è davvero più estraneo di un furfante indigeno? E i questo caso, per poter rispondere affermativamente a questa domanda, si deve necessariamente definire l’espressione “straniero”. La seconda domanda è: “Perché questo “straniero” (come il diritto romano, lo spirito ebraico, l‘autolesionismo orientale) deve essere messo da parte ed eliminato? Forse perché non va d’accordo con il carattere della nostra nazione? Perché non si adatta al popolo? Ma avendo appena definito lo straniero in modo tale da non ritenerlo inferiore alle canaglie indigene, allora ci si deve chiedere se questa furfanteria si adatta al popolo, se si sopporta con la sua natura? Se sì, allora abbiamo il caso precedente: l’immorale non contraddice i valori che determinano il buono e l’insopportabile; si parla qui di giudizi morali. Se invece la risposta è no, allora dovrebbe essere ancora più urgente sopprimere l’infamia e la malvagità là dove si trovano, si dovrebbero combattere meschinità e crudeltà, strafottenza e durezza disumana – tutte cose che apparentemente non si accordano con nessun popolo – anziché andare contro un certo “estraneo” di cui si afferma che non si addice al carattere nazionale del proprio paese.

Nella superstizione della razza e del sangue c’è un’assurdità logica. Infatti si può rifiutare una razza solo per le caratteristiche possedute da alcuni suoi membri; quegli individui che non hanno tali caratteristiche devono essere esclusi dall’inizio, e solo se i loro antenati non erano irreprensibili si potrebbe procedere contro di essi adducendo motivi ereditari e possibilisti. Si potrebbe all’occorrenza immaginare di pretendere da aspiranti a taluni lavori di responsabilità un albero genealogico morale.   
Ma un albero genealogico della razza, che follia! Non ci si chiede se l’avo era un delinquente; sono tutt’altre – e di tipo negativo – le caratteristiche per le quali ci si interessa nelle questioni di provenienza.

Se si vogliono adottare contemporaneamente due misure di valore senza definire chiaramente l’ordine in cui si trovano, si finisce in un groviglio di contraddizioni.
O si riconosce l’aspetto morale, allora si deve rinunciare allo spirito razziale-nazionale con il quale ci si scontra, o si privilegiano la razza e la nazione a scapito della morale. Non si può quindi dichiarare senza contraddizione che la misura razziale può essere istituita restando in armonia con la morale.

La grande forza di questo ragionamento si trova nel fatto che la sua validità non dipende soprattutto dal tipo speciale di “Morale” che si presuppone. Resta inconfutabile, finché si ritiene che esista una qualche Morale, l'esistenza di qualità preziose degli individui che variano fra loro almeno con tanta intensità che fra nazione e nazione o fra razza e razza. Questo principio è di fatto sempre presente – Nazionalismo e Razzismo sono quindi inconciliabili con la morale individuale.

Gli ideali che si trovano dietro alle parole “Nazione”, “Popolo”, “Razza” sono molto nebulosi, ma proprio per questo si adattano come slogan per la massa incapace di pensare, come incitamento per smuovere azioni di massa senza dover dare una spiegazione. Diventano centri in cui si cristallizzano sentimenti poco chiari, che subentrano al posto di una giustificazione o addirittura la rifiutano indignati. Una persona che riflette, chiede: perché devo fare questo o devo condividere questa opinione? Perché altrimenti non ti “senti” membro di una nazione (o appartenente ad una razza)!

Ma in cosa consiste il sentimento nazionale? Ho cercato lealmente ma inutilmente una definizione che potesse soddisfare una persona logica. Che scopo ci si deve prefiggere per pensare nazionale? Suppongo che questo scopo possa essere definito dall’espressione “il bene del proprio popolo”. Ma tale espressione comprende la sua “felicità” o il suo “potere”, la sua “grandezza” o la sua “durevolezza”?

Oggi la risposta più radicale a questa domanda che si sente è questa: non si tratta di tutte queste cose, non ne va del bene del popolo, ma del suo onore. Il significato di questa parola è naturalmente ancora più oscuro che la parola “nazionale”. È una forma vuota che può essere colmata con contenuti vari, e che in effetti è stata colmata con contenuti estremamente vari. Se Onore deve essere un concetto morale allora a mio avviso esso non può che coincidere con l’essere un individuo buono; e nessuno ce lo può portar via se non noi stessi. Io agisco in maniera disonorevole quando non porto a termine doveri che mi sono assunto, o quando calpesto i diritti umani. Per analogia, anche per una nazione il comportamento non può essere dignitoso se non si dimostra degno di fiducia e membro disponibile fra tutti i popoli che insieme abitano questo pianeta.

Ma questo concetto dell’onore non è riconosciuto ovunque. Dai discorsi e dichiarazioni di alcuni uomini di Stato si sente dire che la conservazione dell'onore si attua soprattutto “non sopportando niente”, che si vogliono gli stessi diritti degli altri e che un diritto che si crede di avere va difeso con la violenza contro chi non lo riconosce.
E mentre questo rigido concetto viene adottato ed eventualmente addolcito in diversi gradi per il singolo grazie ad un rispettivo codice morale, quando si rivolge invece al popolo l’idea viene radicalizzata. Questa è certo una rappresentazione dell’onore che oggi non trova alcun posto nella nostra morale perché non trova giustificazione. A volte anche i sostenitori moderni di tale idea dell’onore se ne rendono conto e proclamano quindi con energia che qui si tratta di una diversa, di una nuova morale, e cercano di ratificarla con forza, ponendo questo onore a fianco del “sangue”, trasformandolo in feticcio di una nuova “religione”.

Certamente l’autoaffermazione e la difesa dei propri diritti sono spesso un’esigenza morale, ma la morale del buono non è una morale della debolezza. Cedere in generale e rinunciare non possono essere la base di una vita in comune pacifica perché causerebbero il dominio della prepotenza e quindi del caos. Ma fra questa visione e l’idea dell’onore qui illustrata c’è un passo enorme la cui lunghezza non viene percepita dalla massa ben incapace di valutare la distanza spirituale e morale.

Cosa succede quando lo Stato cerca di piazzare al posto di una morale del bene una religione dell’onore? Prima di tutto è chiaro che ciò crea una libertà d’azione enorme per l’arbitrio dei capi. Il nuovo feticcio è infatti sempre un’ombra e dipende dall’interpretazione di cosa è l’ombra. Se infatti l’onore vuole ad ogni costo affermare i propri diritti può diventare la cosa più svariata via via che si proclama quello che è il proprio diritto. E nel momento in cui ci poniamo la domanda riconosciamo che siamo stati ingannati quando c’è stato detto che l’onore di una Nazione è un fine speciale che affianca la felicità, il potere, la grandezza e la curabilità di un popolo. Infatti i diritti che dovrebbero difendere l’onore di un popolo devono riferirsi in qualche maniera ai beni su nominati, non possono invece essere spiegati con una semplice idea come l’onore. 
Riprendiamo quindi a considerare la questione là dove l’abbiamo interrotta. Se “il sentire nazionale” comprende tutti quei sentimenti che si sviluppano dall’amore e dal rispetto che riceviamo per l’influsso del nostro ambiente grazie al quale lo stesso individuo si forma, se sentiamo questo in modo naturale, allora si tratta di istinti non aggressivi che ci rendono bravi cittadini del paese, senza produrre sentimento di contrasto fra la patria e gli altri paesi. La felicità del proprio popolo è infatti il fine cui devono tendere tutte le azioni che in qualche maniera si riferiscono allo Stato e alle sue strutture, come la formulazione delle leggi, la conduzione di lavori pubblici ecc. E non c’è capo di Stato che non prometta ai propri sudditi la felicità – se lo seguono – o almeno le premesse per essa, e cioè un’esistenza il più possibile sicura e il più piacevole possibile: pane e piacere, panem et circenses. Uno sguardo ai programmi di grandi Stati e partiti insegna chiaramente, cosa d’altronde logica, che il benessere e la gioia di vivere dei membri di un popolo vengono visti come il compito di tutte le regole statali e vengono dichiarati dai governanti come il loro fine ultimo.

Le eccezioni sono solo finte; a volte si annuncia sì che lo scopo della vita non sono gli agi e le gioie, anzi che essi dovrebbero addirittura essere sacrificati per il potere e la continuità del popolo, in breve per la sua “Grandezza”.
Così parlano i capi delle nazioni quando non riesce loro di mantenere le promesse fatte, grazie alle quali conquistarono il popolo alle loro intenzioni. Spiegano quindi che i tempi migliori che avevano promesso non hanno nulla a che fare con il benessere materiale, questo è uno scopo che veniva perseguito solo dai precedenti miserabili governi che avrebbero vergognosamente educato il loro popolo agli stravizi e all’avidità del piacere; la via “migliore” cui i cittadini dovrebbero aspirare non è una via più soddisfacente ma una più nobile. L’esistenza più nobile è dura e scarna, piena di rinunce che si devono assumere per raggiungere il fine più alto. Quale fine? Qui i capi peccano quasi sempre di incoerenza, infatti prevedono come scopo finale di nuovo uno stato di abbondanza, almeno per i bambini – o promettono al popolo “Grandezza” come premio per la sua perseveranza.

Ma si tratta solo di perifrasi con le quali si lusinga la vanità del popolo. La coscienza della forza e il gozzovigliare in fantasie di potere fanno anche parte della voglia di vivere e possono almeno per un certo periodo rimpiazzare altre gioie o far sentire i grandi sacrifici leggeri. Ma quando il desiderio di potere sarà soddisfatto, quando infine lo si sarà raggiunto, allora le regole statali verranno ancora utilizzate per migliorare la situazione della vita pratica e per raggiungere i beni materiali. È nella natura umana ed è sempre stato in tutti i popoli. Per cosa dovrebbe essere usato il potere se non per queste cose? È certo che senza questa applicazione esso resta astratto e vuoto di un contenuto reale, una pura possibilità senza realtà. Come restò vuota la parola “onore” finché non si disse come ottenerlo e come perderlo, così la parola “potere” non ha significato se non si sa rispondere alla domanda “potere per che cosa”. In questo caso, la parola “potere” contiene nella sua applicazione ad un popolo comunque solo il significato di una abilità, offrire a tutti i cittadini un’esistenza il più possibile sicura e ricca di piacere di vivere. E in tal senso viene generalmente recepito dal singolo il sostantivo, quando si parla del potere della propria nazione.

E come va con la grandezza? Anche qui c’è un senso solo se si sa in che cosa un popolo deve essere grande. Ogni metro è casuale e la storia non dà un giudizio assoluto: questo dipende sempre dall’interpretazione degli storici. Pura quantità, espansione di spazio e tempo risvegliano l’ammirazione, ma è certo che non considereremo l’essenza dell’Impero Romano basandoci sull’estensione né misureremo il significato della cultura cinese limitatamente alla sua durata nei secoli. I grandi imperi nascono per la superiorità bellica dei popoli dominatori che, naturalmente, se non vogliono essere solo effimeri, devono basarsi su prerogative più profonde che la pura forza e l’abilità di attaccare. Spesso i vinti imparano gradualmente l’uso dei mezzi autoritari e il declino dell’impero incomincia. Certo, l’uso dei mezzi autoritari si impara facilmente e, per quanto grande possa essere la loro perfezione tecnica, non vuol dire che se ne assimila la restante cultura nel suo complesso. I Giapponesi controllano perfettamente la tecnica bellica moderna, ma Shakespeare e Debussy possono restare loro estranei.
Da quando abbiamo dimenticato di ammirare la sola durabilità e non la consideriamo più un segno di valore, il declino di un popolo non viene più visto come una vergogna. Se i popoli soccombono all’attacco dei barbari non è un  giudizio negativo, così come non lo è la malattia di Nietzsche per la sua filosofia o la morte prematura di Keats per la sua poesia. Forse, amici miei, il declino è proprio l’ultima prova della più piena fioritura, così come l’agave muore non appena passa il più grande momento della sua esistenza. Forse è un segno di maturità perfetta, come la mela che cade dall’albero quando non può diventare ancora più dolce. Forza e salute sono valori incommensurabili, ma non dimentichiamo che non hanno valore intrinseco, ma solo in quanto mezzo e condizione del piacere, per sé unico e vero valore. Come sarebbe se non fossero condizioni necessarie, se ci fosse qualcosa di tanto bello e puro che neppure la malattia e la debolezza potrebbero intaccare? Gli idolatri della forza e della salute si assumerebbero la responsabilità che venissero eliminati tutti i poeti ammalati? Cosa sono cento tangheri sani e rozzi di fronte a uno spirito brillante, anche se abita un corpo malato?

Temo che la grandezza di un popolo, come vive nelle parole e pensieri dei politici, sia più facile da raggiungere e ottenere da un popolo barbaro che da una Nazione di cultura. Parlano con orgoglio del numero dei secoli di esistenza del loro popolo, vantando con serietà sorprendente i millenni che ancora esisterà; cercano continuamente di aumentare il numero dei cittadini e di guadagnare nuove superfici di spazio vitale, anche se sanno che la terra diverrebbe presto troppo piccola se tutti i popoli agissero così.
Questa sopravvalutazione del tempo, spazio e unità, è compatibile con l’idea di un popolo di cultura? Una nazione ha davvero motivo di giubilare se il numero dei suoi membri è aumentato di un milione, o non è forse da ammirare anche un popolo che dice: “Cosa è la quantità? Cosa è il durare? Perché dobbiamo essere sempre più numerosi? Cerchiamo di essere per una volta un piccolo popolo ma davvero grande! Vogliamo essere solo un milione, ma ognuno di noi un essere di cui la terra deve andar fiera, ogni singolo essere buono e intelligente, coraggioso e bello, nobile grazie ai pensieri elevati e ai sentimenti forti.” Come sarebbe se i popoli gareggiassero per vivere secondo queste idee? Non ci sarebbero lotte per  il possesso della terra e l’attività positiva per il raggiungimento della propria perfezione non lascerebbe spazio per i sentimenti negativi dell’odio e dell’invidia.

È per natura necessario che gli individui si familiarizzino con il pensiero della limitazione del loro numero perché la superficie terrestre è limitata; non sarebbe un cattivo inizio se si fosse portati a questo pensiero non da un obbligo sgarbato ma grazie ad una comprensione precoce e profonda. Da quando la capacità medica e l’igiene hanno quasi eliminato i fattori di un limite naturale delle popolazioni, si deve continuamente riflettere a come giungere a una limitazione senza ricorrere al metodo brutale della soppressione (che comunque resta brutale sia che avvenga dopo un mese dal concepimento o – come in guerra – venti anni dopo).
Non c’è bisogno di un grande sistema complicato, ma solo di un senso di responsabilità e di un autocontrollo tranquillo (non ascetico). L’autocontrollo è – accanto alla bontà – il fondamento di ogni morale, la sua base distinta. Anche per una nazione l’autocontrollo, il portamento, una misurata avvedutezza sono la condizione di una esistenza dignitosa. Ma un popolo può essere grande senza la dignità? Penso che la sua grandezza sarebbe solo quella di una orda di cavallette o di una mandria di elefanti: anch’essi potrebbero moltiplicarsi su tutta la terra e durare migliaia di anni. E ammesso che lo Stato delle cavallette e quello degli elefanti si trovassero in lite violenta per millenni, ci sarebbe in questo caso una “Storia” degna di essere scritta? Quanto imprudenti siete con l’utilizzo della parola “Grandezza”! Neanche l’oceano e le montagne sono grandi solo per la loro estensione nello spazio, lo sono per il loro effetto sugli individui – per cui anche la loro grandezza è “spirituale”.

Perché l’espansione territoriale del proprio spazio è preziosa per un popolo? Non lo è in sé, ma in quanto i mezzi di sostentamento dei paesi sottomessi contribuiscono all’innalzamento della qualità della vita, come è stato il caso dei Romani e come lo è oggi per l’Impero Britannico.
Ma è chiaro che il dominio politico su un territorio può essere al massimo una condizione sufficiente per lo scambio di beni o di risorse all'interno delle regioni. Non può invece essere condizione necessaria per lo scambio di valori fra i popoli, o di un paese con un altro; lo stesso scopo può essere raggiunto attraverso un processo di reciproco accordo. E, in fondo, questo processo conduce ben più lontano, porta alla comprensione di tutti gli individui di tutte le regioni e può permettere contatti senza che vi sia dominio. Quanto meno artificiali sono le frontiere e il governo dei paesi, tanto più hanno luogo gli scambi e le comunicazioni, che sono efficaci soprattutto quando avvengono fra individui e piccoli gruppi.

La creazione di confini fra gli Stati ci rende attualmente la vita molto difficile. Essa ostacola gli scambi e gli abitanti di ogni stato devono cercare, da soli, di attenuare il danno provocato da contratti commerciali artificiosi. La situazione è così grave che spesso si creano barriere invisibili addirittura ai danni dello scambio intellettuale, attizzando opposizioni all'interno del paese contro l’accoglienza “di stranieri” o diffondendo idee di una “razza aliena.” Cose del genere sono proprie della nostra epoca. Al tempo in cui Schiller affermava: “È un ideale ben povero scrivere solo per una Nazione,” pochi immaginavano che lo Stato avrebbe un giorno tentato di limitare anche nello spazio la diffusione delle idee. Si devono quindi ringraziare quei Paesi che fanno con altri dei cosiddetti “accordi culturali” e fondano Istituti per la cura delle relazioni intellettuali fra Paesi vicini. Ma che siano necessarie tali misure, che la corrente delle idee non possa correre da sola liberamente su e giù attraverso le frontiere politiche, questo non è un buon segno dei tempi.

Il vivere comune in uno spazio fisico può sviluppare il senso d’appartenenza e ciò provoca tutti quei mali che portano ai conflitti di cui soffre il mondo, spezzettato in tanti Stati. Sono quindi le questioni territoriali l’origine dello scontento. Ricchezze del sottosuolo, materie prime, fertilità della terra, vantaggi derivanti dalla situazione geografica, sono tutti fattori che determinano in maniera forte i rapporti fra i popoli e da ciò scaturiscono la guerra e la pace.

Quali fattori di appartenenza esistono oltre allo spazio fisico? I più efficaci nella storia paiono essere: origine comune, attività comuni, convinzioni comuni, soprattutto nell’ambito politico e religioso.

È l'origine biologica che fa nascere il principio dello stato razziale; l’attività pratica comune è il principio dello stato civile; le convinzioni di tipo politico sono il principio dello stato dei partiti, e il credo religioso comune porta alle grandi organizzazioni chiamate Chiese.

La divisione dell’umanità in razze si accompagna, a parte alcune eccezioni degne di nota, all’isolamento territoriale, mentre la divisione per confessione di fede può dividere in misura minore. I vari ceti e partiti vivono sempre del tutto separati; le associazioni e i partiti cercano, in genere, di non separare fisicamente i loro membri. In questi ultimi due casi abbiamo a che fare, peraltro, con principi di divisione e appartenenza puramente interni. Qui ne possiamo esaminare gli effetti.

Non ci si può semplicemente chiedere: quali individui possono associarsi? La domanda ha un senso solo se viene chiarito lo scopo dell’unirsi. Potrebbe infatti essere – e lo è – che per alcune finalità siano necessarie diverse formazioni, di modo che alcuni membri dei gruppi si accavallano. Due persone possono trovarsi benissimo in una associazione per la protezione degli animali mentre non possono sopportarsi all’interno di una associazione politica.

La nostra domanda era però: quali individui debbono unirsi per formare uno Stato? Ma cosa significa questo? Che scopo persegue? Chiaramente ciò dipende da quale fine ha lo stato stesso. Lo scopo che noi gli abbiamo dato era quello della pace e della sicurezza. Secondo quale principio deve formarsi il gruppo affinché questo fine venga raggiunto? Se si dovesse avverare che altri fini necessitano altri gruppi che contraddicono gli scopi dello stato, ne scaturirebbe rapidamente che lo stato non potrebbe assumersi altri fini oltre ai propri. Allora deve lasciare spazio ad altre organizzazioni, altrimenti sarebbe in conflitto data l’impossibilità di attuare, con i suoi mezzi, dei fini del tutto inconciliabili con ciò che persegue: la pace. I mezzi e i fini dello stato possono essere definiti politici, a differenza di tutti gli altri. Ne consegue, e qui sono totalmente convinto della cosa, che lo scopo più alto della politica è la Pace.

Quali principi devono essere delineati dall’associazione degli individui affinché lo scopo dello Stato, la pace nel mondo, sia raggiunto?
Non ho nessuna ragione di giocare a nascondiglio con il lettore né ho l’intenzione di prepararlo con cura alle verità che ho da formulare. Perciò dichiaro subito, senza indugio, che nessuno dei principi di associazione qui enumerati mi pare adatto ad essere la base dello Stato come prodotto naturale. Razza, religione, convinzione politica, interessi e occupazioni, nessuno di questi principi è quello giusto per essere il fondamento della grande pace, mentre l’unica base affidabile è il carattere degli individui, le loro qualità etiche (non le “convinzioni”).

Le persone di carattere, i buoni e i pacifici, appartengono per natura allo stesso gruppo, formano la Civitas degli invisibili, la Collettività che è sopra gli Stati, sopra le nazioni, sopra le confessioni e i partiti. I vincoli che si formano fra i caratteri, scaturiti dalla simpatia, hanno più forza di quelli provenienti da costumi, educazione, religione e dal cosiddetto sangue e da tutti gli altri. Non farò mille volte più volentieri cose in comune con un cinese che ritengo affidabile e di buon animo che con un europeo falso ed egoista? A cosa serve infine che il bianco abbia le stesse mie abitudini, abbia fatto gli stessi studi e appartenga alla stessa religione? E cosa importa che l’uomo giallo viva in maniera del tutto diversa e pensi in altro modo da me e si vesta e mangi altrimenti? Il muro che ci separa non è forse più sottile, non ci capiamo forse meglio che con qualsiasi altro che esternamente ha così tanto in comune con me?

Poiché ogni guerra è immorale a meno che non sia contro qualcosa di immorale, così non si deve mai combattere solo un partito politico ma ciò che vi è in esso di scorretto. E se ciò avviene, la lotta dei partiti non è un conflitto fra partiti ma una lotta dei gruppi che non sono più coperti dai partiti, ed essi debbono essere definiti attraverso i loro scopi politici. In altre parole: la posizione morale significherebbe lo scioglimento dei partiti. O si dovrebbe giungere alla formazione di nuovi partiti che si distinguerebbero fra loro per le posizioni morali. In questo caso si giungerebbe alle vere contrapposizioni che devono trovare soluzione su un livello più elevato.

La nostra idea di stato è: unione per la protezione di tutte le necessità vitali. Con questa definizione resta ancora da definire se i confini dello Stato, cioè del raggio dei cittadini che appartengono ad esso, debba essere determinato dal vivere comune in uno spazio fisico, o se la sua separazione debba aver luogo sulla base di un altro principio. Quindi non solo i Paesi o Gruppi di Paesi meritano il nome d Stato, esso potrebbe essere riferito anche ad altre organizzazioni, purché servano alla protezione comune. Ciò non riguarda chiaramente per esempio la Chiesa; non possiamo ricondurla al principio dello Stato, anche se naturalmente può accadere che essa si sviluppi a Stato assumendone i suoi fini e fusionandone i principi con i propri.

Un’altra possibilità di formazione di uno Stato fuori dal criterio di principio fisico può essere la coesione di convinzioni politiche. Sembra a prima vista un processo naturale poiché la politica è ciò che forma lo Stato. Come già detto, i principi relativi a questo si trovano nello Stato dei partiti, ma sono solo principi, perché in genere i Partiti non sono Stati nello Stato; a loro mancano i tipici mezzi del potere che sono necessari per la protezione interna ed esterna, e che restano prerogative del paese e del suo governo. Se i partiti sapessero giungere al potere, o attraverso sotterfugi o per convincimento di una parte dell’esercito o della polizia, allora le tensioni si trasformerebbero presto in rivoluzione e guerra civile. Per quanto spaventosi possano essere tali accadimenti, si deve comunque osservare che essi si svolgono, in confronto, in maniera meno sanguinosa e con meno perdite delle guerre tra Stati divisi per territorio, cioè tra paesi nemici. Ciò è positivo; infatti tendenze contrarie, quando esistono, non debbono separare anche fisicamente ma devono mescolare fra loro gli oppositori. In questo caso, quando giunge l’inevitabile accomodamento, i disastri che sono intercorsi sono di portata più limitata. Se gli avversari e i seguaci della schiavitù degli Stati Uniti non fossero stati separati anche geograficamente in Stati del Sud e del Nord, la guerra civile non avrebbe assunto dimensioni così devastanti.

Immaginiamo che la separazione per convinzioni politiche subentri alla spartizione in Stati geografici. Allora non ci sarebbero Paesi nel senso comune ma ci sarebbero Organizzazioni politiche i cui membri avrebbero il loro domicilio in tutte le parti della terra e in zone diverse. Ognuna di queste società invisibili potrebbe avere le proprie leggi, le proprie abitudini, il proprio diritto ed esecutivo e anche la propria forma di Stato. Potrebbero esistere repubbliche invisibili e Monarchie, ma i Presidenti e Principi non dominerebbero su territori ma solo su persone che apparterrebbero volontariamente al loro Stato. E poiché le convinzioni di un singolo possono anche cambiare, allora è insita, nel principio, la possibilità di passare da una organizzazione ad un’altra, in ogni momento.
Una situazione del genere potrebbe chiaramente durare solo se ci fossero anche regole speciali per le relazioni reciproche dei membri delle diverse organizzazioni (dico con intenzione: non fra le organizzazioni stesse). Ci si dovrebbe pertanto accordare su una certa base minima di diritto sovrastatale o interstatale e, se si vuole, si può dire che ciò porterebbe appunto alla costituzione di un solo Stato mondiale. Ma i confini fra uno Stato esteso e molti Stati piccoli legati fra loro da regole, sono sempre fluidi, non importa come si denomini la cosa. Lo “Stato mondiale” cui si pensa sarebbe molto leggero, sarebbe costituito da regole relativamente semplici che probabilmente si limiterebbero ad essere definite da una giurisdizione arbitrale. Per portare un esempio, si potrebbe fissare che le controversie fra due membri di diversi partiti verrebbero appianate da un tribunale formato da vari membri di altri partiti che dovrebbero prendersi cura anche, grazie ad un potere di polizia comune, di controllare l’attuazione delle decisioni.

Non dovrebbe essere difficile formulare tali statuti mondiali (o meglio metterli in atto, perché costituire è sempre facile). Infatti, se si constata con quale piccolo sforzo di regole di diritto internazionale, anche oggi, gli Stati possono discretamente coesistere in tempi normali, allora si riconosce che tali regole, molto generiche, hanno la tendenza a funzionare autonomamente in quanto grande è l’interesse generale per la loro esistenza.
Esse possono essere temporaneamente di ostacolo o sembrare cattive solo a piccoli gruppi o a individui, che avrebbero comunque contro la volontà della maggioranza che conta, e alla quale dovrebbero inclinarsi.         

La condizione necessaria è comunque sempre che i membri dei gruppi vivano mescolati insieme, perché non appena subentra una divisione di spazio, si creano nuovi interessi e complicazioni. L’efficacia delle nostre leggi penali si basa anche sul fatto che i criminali sono persone che vivono separati o in piccoli gruppi all’interno della società umana; se si unissero a decine di migliaia, per esempio, per creare una città propria, allora non basterebbero leggi e disposizioni normali. Con la dispersione fisica normalmente si elimina o diminuisce la necessità di prestare una attenzione particolare. Gli interessi vengono isolati e ogni gruppo può perseguire i propri fini, o crede almeno di poterlo fare, mentre, in realtà, prima o poi subentra un contatto con gli altri, e da questo si sviluppa presto un dissenso ostile.

I conflitti fra Stati che tormentano l’attuale umanità nascono appunto dal fatto che si tratta di Paesi fisici, divisi da frontiere di spazio fisico. E’ così che succede che ogni Stato crede di poter dire: “Questo è un affare interno, e nessuno deve intromettersi”. Se al posto delle divisioni fisiche ci fossero semplici separazioni di tipo interiore o spirituale, allora non ci sarebbero più affari “privati” o, ciò che equivale alla stessa cosa, tutti gli affari sarebbero “interni”. Gli interessi non si lascerebbero isolare, coloro che la pensano in maniera diversa sarebbero sempre a portata di mano; quello che facciamo li riguarderebbe sempre almeno parzialmente. Tutti i progetti dovrebbero essere formulati in maniera tale da suscitare rispetto, e le diversità non si trasformerebbero in conflitti fra i popoli.

L’innaturale dei nostri Stati sono le loro frontiere. Ogni frontiera fisica è artificiale perché non c’è mai un motivo ragionevole per cui da un lato dovrebbe essere benvenuto ciò che dall’altro lato è condannabile. All’origine, quando i mezzi di trasporto non erano sufficienti, i popoli erano separati dai mari e dalle montagne, non potevano aggregarsi e quindi non potevano accordarsi fra loro. Allora si pensava che le frontiere dovevano esistere, visto che c’erano anche nella natura, e si costruirono linee di separazione là dove non ve n’erano. Si è imparato a superare montagne e mari, ma pare una cosa impossibile distruggere le frontiere create dagli umani.

Attualmente si usa spesso lagnarsi in maniera platonica sulla presenza delle frontiere, soprattutto economiche. Ma non si vede quanto profonda sia la fonte del male; esso si trova nell’essere stesso dello Stato. E questo deve essere cambiato. Solo allora potranno sparire le frontiere.

Le frontiere fra paesi non potranno scomparire grazie ad accordi, perché esse sono il reale e massimo risultato dell’agire umano. Quando noi passiamo dall’Italia alla Svizzera, dalla Germania alla Francia, allora troviamo che da questa parte della frontiera le cose sono davvero diverse rispetto all’altro lato. Le frontiere possono cadere, naturalmente, se queste differenze spariranno, così come la linea di divisione fra due colori di una superficie non esiste più quando i due lati diventano dello stesso colore.

Gli ignoranti e i poveri d'immaginazione credono che, attraverso questa mescolanza, la colorita molteplicità della terra, che io peraltro lodo, potrebbe trasformarsi in monotonia; con il mescolarsi delle persone si producono al contrario sempre nuove diversità, e questo è il progresso della cultura. Un popolo che vuole ingrandirsi solo da sé stesso rinuncia a un fattore importante di rinnovamento e superamento della propria monotonia. Grazie al mescolarsi, le differenze individuali crescono, ma la distribuzione fisica diventa più uniforme.
Una distribuzione uniforme di persone nello spazio con possibili grandi differenza individuali non significa monotonia, ma il massimo della varietà.  

La questione era: secondo quale principio devono unirsi in società le persone per essere in grado di proteggersi contro nemici esterni, visto che il singolo non può provvedere da solo, e sono necessarie le forze congiunte di molti? Che il fattore spazio-geografia debba senz’altro avere un ruolo risulta già dal concetto del nemico “esterno”; “l’associazione” dovrà quindi riferirsi sempre allo spazio. La domanda è dunque: secondo quale principio debbono coabitare le persone? Sarebbe forse bene che formino uno stato tutti coloro che hanno stabilito fortuitamente la loro residenza in un circondario definito geograficamente (penisola, spazio fra due catene montuose ecc.), o si deve far sì che in uno spazio del genere si stabiliscano solo coloro che aderiscono, già tutti assieme, ad un altro principio? Quando è che gli individui appartengono per natura alla stessa tipologia? Quando sono formati in maniera tale che si capiscono, si sopportano e si sostengono fra di loro. E quando avviene questo? Quando tutti appoggiano la stessa idea? Forse, se l’idea è proprio quella di appartenere insieme, allora sono coinvolti in un tragico circolo di Nazionalismo senza senso. Ci sono davvero idee profonde che uniscono? Le Religioni? Anche queste non hanno superato la prova, infatti hanno sì unito i credenti, ma hanno sviluppato le guerre più sanguinarie contro i non-credenti. Anche il Cristianesimo non ha saputo soddisfare la grande speranza su cui puntavano Dante e Campanella: non hanno unificato l’umanità europea.

Attualmente si incoraggia il popolo (il “sangue”) a diventare l’oggetto di una venerazione religiosa, si attizza il fuoco sacro per alimentare la fiamma nazionale, e questa è una dichiarazione di guerra contro ogni unione dei popoli tramite le religioni. Se questi tentativi riuscissero, le contrapposizioni nazionali sarebbero sempre anche religiose, l’idea di una religione sovranazionale sarebbe derisa così come quella di una umanità universale.
È mai stata data a questa idea dell’umanità la possibilità di esprimere tutto il suo potere? Se lo si facesse non ci sarebbe bisogno di cercare un’ulteriore stella guida. Infatti l’idea dell’umanità è nello stesso tempo il pensiero morale e l’unico vero contenuto di tutte le Religione. Alla nostra domanda “Quali individui fanno parte di un insieme?” non dobbiamo che rispondere “gli individui buoni”. La buona volontà è l’unica garanzia della comprensione comune e dello sviluppo. E quando gli uomini di buona volontà lottano contro tutti gli altri che non vogliono la pace, questa è la sola guerra che ha in sé l’idea del giusto, l’unica  per la quale il filosofo può portare la bandiera, l’unica guerra razionale e naturale. Infine, solo la buona volontà può essere il principio dell’associazione. Lo stato che ne deriva è la vera civitas dei, e tutte le altre forme di stati che si basano su principi diversi sono civitates diaboli.

Desiderare la separazione e l’isolamento impedisce lo sviluppo di uno stato di vita pacifica in comune, impedisce il nascere di una morale dei popoli. La morale è sempre il prodotto di una vita in comune. Se gli individui vivessero completamente separati e chiusi fra di loro non ci sarebbe il buono e il cattivo nell’agire, ma solo l’utile e il dannoso nel senso più grossolano; non ci sarebbe bontà o giustizia né rispetto, nessuno sarebbe toccato dall’agire del solitario perché nessuno ne saprebbe nulla. Chi vuole farsi da solo la sua legge deve isolarsi fisicamente e crearsi delle barriere. Nel caso degli Stati ciò si chiama “autarchia”. L’autarchia impedisce la morale interstatale. Affinché la morale possa svilupparsi è necessario che ogni singolo venga in contatto, quotidianamente, con molti altri individui. I necessari scambi e commerci delle varie parti sono la condizione del nascere e svilupparsi della coscienza e del rispetto delle regole di vita comune.

Esiste una sola base del vero Stato durevole e questa è la morale. Non cercate altro! Se non volete governare il mondo con la bontà e la giustizia allora non dovete governare perché sareste l’origine della lotta e della discordia che porterebbero alla distruzione del vostro operato.

Lo Stato difende l’individuo da nemici esterni? Non succede invece spesso che gliene crei di nuovi? Anzi, non diventa esso stesso nemico del singolo prendendo una posizione di potere e costrizione? E a volte diventa così duro che l’individuo preferirebbe piuttosto essere confrontato con una più grande insicurezza di pericoli provenienti dall’esterno che non sopportare la tirannia dello Stato che lo perseguita costantemente con le sue minacce, privandolo, in questo modo, della libertà più di quanto farebbe un nemico esterno. La limitazione della libertà è sempre presente là dove si vieta ciò che è permesso “davanti a Dio” (molte cose morali si lasciano esprimere ancora soprattutto in un linguaggio teologico).

È perfettamente vero che gli interessi dell’individuo, della Nazione e di tutta l’umanità alla fine convergono. Ma così come avviene che l’individuo è il più felice possibile quando si dedica agli altri e non persegue direttamente i propri fini, così è per l’umanità: essa non è servita al meglio quando facciamo tutto solo per la nazione, ma serviamo nel modo migliore la nazione quando manteniamo lo sguardo ai fini dell’umanità.

L’oppressione della libertà di coscienza deve infine essere un pericolo per ogni Stato di potere. Il pericolo per tale Stato è quello di rendersi ridicolo, e tanto più lo sarà, tanta meno paura incuterà. Il politico che vuole imporre al cittadino un determinato modo di vedere (e in questo appare la manipolazione delle manifestazioni del pensiero) è infatti una figura comica. Chi è questi che pretende di decidere quale sia fra tutte l’unica filosofia vera?
Nessun dominatore dovrebbe infatti potersi permettere di dire ai suoi sottomessi “Non sono sicuro che l’ideologia che pretendo da voi sia giusta, però pretendo che voi vi conformiate ad essa”.

L’esperienza insegna che uno Stato può continuare ad agirei per un certo periodo anche quando nessun cittadino può esprimere il proprio parere; ma è un colosso con i piedi di argilla, perché uno Stato che coscientemente rinuncia all’intelligenza dei suoi cittadini rinuncia alla sua essenza vitale.

Quando  si ha cura di rappresentare le decisioni morali del singolo sotto la bella immagine che la sua “coscienza” si erge contro il suo egoismo e lo vince, così anche gruppi di individui – Partiti e Stati – hanno bisogno di una coscienza per sviluppare una moralità comune (sopraindividuale). I rappresentanti dei gruppi e dei popoli che si riuniscono in Parlamenti nazionali e internazionali dovrebbero essere la coscienza dei loro mandatari e non il loro egoismo; finora essi rappresentano quasi solo quest’ultimo, soprattutto in trattative internazionali. Hanno il mandato di difendere gli “interessi” dei loro elettori o del loro Stato; invece dovrebbero ricevere l’ordine di curare gli interessi dell’umanità, indipendentemente dal fatto che ciò possa portare o meno sacrificio al proprio popolo. Ma un diplomatico o un rappresentante popolare si farebbe la fama di essere un idealista incapace se decidesse, per una volta, di parlare o votare in favore di un interesse maggiore che non fosse quello del proprio popolo; e sicuramente non recherebbe danno in quanto, alla fine, si trarrebbe vantaggio dall’armonia che scaturirebbe da queste idee così elevate. 
È certamente difficile guardare al bene dell'insieme e solo a questo quando si è stati educati in una certa cerchia o in un certo popolo, dove ci si confronta con il principio di non contrapporti ai suoi ideali e con il principio di servire al suo bene particolare.

Dovrebbe pertanto esserci una scuola internazionale per diplomatici che non dovrebbe essere guidata da un solo Paese. Lì gli studenti studierebbero in maniera obiettiva ed equilibrata gli ideali e i desideri di tutti i popoli. Ogni Paese dovrebbe avere l’obbligo di inviarvi le migliori menti giovanili, lì esse sarebbero lontane per anni da un influsso di parte, per esempio, su una bella isola lontana; e solo coloro che completassero questa scuola dovrebbero più tardi essere nominati rappresentanti diplomatici del proprio Paese, e la loro capacità sarebbe riconosciuta espressamente dal Foro internazionale della scuola. E qui non solo si terrebbe in considerazione il sapere, ma anche e soprattutto il carattere, l’amore per l’umanità e l’incorruttibilità del giudizio. Sarei addirittura dell’avviso che non solo i Diplomatici che rappresentano il popolo all’estero dovrebbero frequentare questa scuola, ma anche i Governanti che sono alla testa del loro Paese. Infatti credo che solo colui che conosce i bisogni di tutti i Popoli e li comprende può guidare e custodire bene un popolo.       

Non si può pretendere di ricevere in genere tale comprensione “di cuore” dalla Storia che viene insegnata nelle scuole e nelle Università. Gli storici soccombono in maniera terribile al dominio dei pregiudizi. Qualcuno, che è abituato a respirare nell'atmosfera pura della matematica e delle scienze naturali, deve essere scosso da tale impressione quando getta la sguardo alle opere di quasi tutti gli storici che trattano questioni della loro epoca o del loro popolo. Grandi figure come Ranke e Gibbon sono rare. Molti sono, quasi sempre, più politici che storici. Basta guardare ad un uomo come Treitschke!

Per questa ragione dovrebbero esistere anche Università Internazionali dove la Storia, la Letteratura e soprattutto il Diritto dovrebbero essere insegnati con vera obiettività. Grazie a Dio la medicina, le scienze naturali e la matematica sono intrinsecamente già oggettive e non hanno bisogno di misure di protezione.

 


Riferimenti

[1] Friedrich Nietzsche, "Der Wille zur Macht" (Il desiderio del potere), 1939

[2] Moritz Schlick, "Fragen der Ethik" (Questioni di etica), 1930

[3] Hitler affermava che doveva essere un onore maggiore essere spazzino nel suo Impero piuttosto che re in un altro Paese.

 


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