Ludwig von Mises

Sulla secessione

(1919-1944)

 



Nota

In questi passaggi Ludwig von Mises mostra il suo deciso supporto per l'autodeterminazione. Per lui "gli abitanti di qualsiasi territorio grande abbastanza da formare una unità amministrativa indipendente" godono del diritto all'autodeterminazione. Sfortunatamente von Mises non arrivò a comprendere pienamente e a concepire la possibilità pratica della secessione individuale non-territoriale e della autodeterminazione personale, come sostenuta da altri liberali quali Gustave de Molinari e Paul-Emile de Puydt. Egli era troppo radicato in un pensiero territoriale e negli atteggiamenti dei liberali classici (lo stato come guardiano notturno) per immaginare un mondo composto da una pluralità di comunità volontarie non-territoriali, formate e scelte da liberi individui, anche al di là della località in cui essi si trovano a vivere.

 


 

Il diritto all’autodeterminazione

“Nessun popolo, così come nessun suo gruppo, dovrebbero essere trattenuti a forza, contro la loro stessa volontà, in una associazione politica istituzionale a cui non vogliono appartenere.”

(da Nation, State and Economy, 1919)


I liberali di una epoca precedente pensavano che tutti i popoli fossero, per natura, amanti della pace e che solo le monarchie desiderassero la guerra per accrescere il loro potere e ricchezza attraverso la conquista di territori. Essi credevano, perciò, che per assicurare una pace duratura fosse sufficiente sostituire il dominio dei principi dinastici con governi che dipendevano dal volere del popolo. Se una repubblica democratica scopre che i suoi attuali confini, come sono stati modellati nel corso della storia prima del passaggio al liberalismo, non corrispondono più ai desideri politici del popolo, essi devono essere modificati in maniera pacifica in conformità agli esiti di un referendum che esprima la volontà del popolo. Deve essere sempre possibile spostare i confini dello stato se gli abitanti di un’area esprimono chiaramente il volere di far parte di un’altro stato e non di quello a cui essi appartengono attualmente. Nel diciassettesimo e diciottesimo secolo, gli Zar della Russia incorporarono nel loro impero vaste aree territoriali la cui popolazione non ha mai sentito il bisogno di appartenere allo stato russo. Anche se l’Impero Russo avesse adottato una costituzione pienamente democratica, i desideri degli abitanti di questi territori non sarebbero stati esauditi perché essi semplicemente non volevano associarsi in una unione politica con i russi. La loro richiesta democratica era: libertà dall’Impero Russo; formazione di una Polonia, Finlandia, Latvia, Lituania, ecc. indipendenti. Il fatto che queste e simili richieste dalla parte di altri popoli (ad es. gli Italiani, i Tedeschi nello Schleswig-Holstein, gli Slavi nell’Impero Asburgico) potessero essere soddisfatte solo con il ricorso alle armi ha rappresentato la causa più importante di tutte le guerre che sono state combattute in Europa dai tempi del Congresso di Vienna.

Il diritto all’autodeterminazione per quanto riguarda il problema dell’essere membro di uno stato significa che in tutti i casi in cui gli abitanti di un particolare territorio, che si tratti di un singolo villaggio, di un intero distretto, o di una serie di distretti adiacenti l’un l’altro, fanno conoscere, attraverso un referendum condotto liberamente, che essi non vogliono più rimanere uniti allo stato a cui attualmente appartengono, ma desiderano o dar vita ad uno stato indipendente o unirsi a qualche altro stato, i loro desideri devono essere rispettati e attuati. Questo è l’unico modo fattibile ed efficace per prevenire rivoluzioni e guerre civili e tra nazioni.

Definire ciò il “diritto all’autodeterminazione delle nazioni” è confondere le cose. Non si tratta del diritto all’autodeterminazione di una delimitata unità nazionale, ma del diritto degli abitanti di ogni territorio di decidere a quale stato essi vogliono appartenere. La confusione è ancora più grave quando l’espressione “autodeterminazione delle nazioni” è ritenuta significare il fatto che uno stato nazionale ha il diritto di staccare ed incorporare a sé, contro la volontà dei suoi abitanti, parti della nazione che appartengono al territorio di un altro stato. È nei termini di autodeterminazione delle nazioni inteso in tal senso che i fascisti italiani cercano di giustificare la loro richiesta che il Canton Ticino e altre aree di altri Cantoni siano staccati dalla Svizzera e uniti all’Italia, anche se gli abitanti di tali Cantoni non hanno alcun desiderio che ciò avvenga. Una posizione simile è assunta da alcuni sostenitori del pan-germanismo in relazione alla Svizzera tedesca e all’Olanda. Tuttavia, il diritto all’autodeterminazione a cui facciamo riferimento non è il diritto di autodeterminazione delle nazioni, ma piuttosto il diritto di autodeterminazione degli abitanti di qualsiasi territorio grande abbastanza da deformare una unità amministrativa indipendente. In tutti i casi in cui fosse possibile garantire questo diritto all’autodeterminazione ad ogni singolo individuo, ciò dovrebbe essere fatto. Questo è impraticabile solo per motivi tecnici, che rendono necessario il fatto che una regione sia governata come una singola unità amministrativa e che il diritto all’autodeterminazione sia ristretto al volere della maggioranza degli abitanti di aree abbastanza grandi da contare come unità territoriali nella amministrazione del paese.

Nella misura in cui il diritto all’autodeterminazione fu attuato pienamente, e in tutti i casi in cui fosse stato consentito realizzarsi, nel diciannovesimo e ventesimo secolo, esso ha condotto o avrebbe condotto alla formazione di stati composti da una sola nazionalità (ad es. popoli che parlavano la stessa lingua) e alla dissoluzione di stati composti da parecchie nazionalità, ma solo come conseguenza della libera scelta di coloro che avevano il diritto di partecipare al referendum. La formazione di stati che includevano tutti i membri di un gruppo nazionale era il risultato del diritto all’autodeterminazione, non la sua finalità. Se alcuni membri di una nazione si sentono più felici in quanto politicamente indipendenti che non come facenti parte di uno stato composto da tutti i membri dello stesso gruppo linguistico, si potrebbe, di certo, tentare di cambiare le loro idee politiche attraverso opera di convincimento al fine di guadagnarli al principio della nazionalità, secondo il quale tutti i membri dello stesso gruppo linguistico dovrebbero formare uno stato unico indipendente. Tuttavia, se uno cerca di determinare il loro destino politico contro la loro volontà appellandosi ad un diritto superiore della nazione, il diritto all’autodeterminazione risulta violato come se si stesse praticando una qualche forma di oppressione. Una divisione della Svizzera tra Germania, Francia e Italia, anche se attuata sulla base di precise frontiere linguistiche, sarebbe una grossa violazione del diritto all’autodeterminazione, come è stata la partizione della Polonia.

(da Liberalism, 1927)

 


 

Nazionalismo

Il problema posto dalla questione nazionale è dato precisamente dal fatto che lo stato e l’amministrazione siano condotti su base territoriale, almeno nello stadio presente di sviluppo economico, e devono perciò inevitabilmente abbracciare i membri di nazionalità differenti in territori in cui si parlano diverse lingue.

(da Nation, State and Economy, 1919)

 

Il principio della nazionalità è stato derivato dal principio liberale dell’autodeterminazione. Ma i Polacchi, i Cechi e gli Ungheresi sostituirono questo principio democratico con un nazionalismo aggressivo che mirava a dominare le popolazioni che parlavano una lingua diversa.
Molto presto anche i nazionalisti Tedeschi e Italiani e molti altri gruppi linguistici adottarono lo stesso atteggiamento

Sarebbe un errore attribuire l’ascesa del nazionalismo moderno alla cattiveria umana. I nazionalisti non sono di natura persone aggressive; esse lo diventano attraverso la loro concezione del nazionalismo. Esse sono confrontate con situazioni che erano sconosciute ai sostenitori del vecchi principio dell’autodeterminazione. E i loro pregiudizi statalisti impediscono loro dal trovare una soluzione ai problemi che si trovano ad affrontare diversa da quella fornita dal nazionalismo aggressivo.

Quello che i liberali occidentali non sono stati capaci di riconoscere è il fatto che esistano vasti territori abitati da popolazioni che hanno idiomi diversi. Questo fatto importante poteva essere un tempo ignorato nell’Europa occidentale ma non poteva essere trascurato nell’Europa orientale. Il principio di nazionalità non può funzionare in un paese in cui i gruppi linguistici sono mescolati in maniera inestricabile. Qui non si possono disegnare frontiere che segregano con precisione i diversi gruppi linguistici. Ogni divisione territoriale lascia necessariamente le minoranze sotto un giogo straniero.

Il problema diventa particolarmente fatale a causa della possibile trasformazione delle strutture linguistiche. Le persone non rimangono necessariamente nel luogo di nascita. Esse hanno sempre migrato da zone relativamente sovrappopolate a zone relativamente poco popolate. Nei nostri tempi di rapido cambiamento economico generato dal capitalismo, la propensione ad emigrare si è accresciuta in maniera che non ha precedenti. Milioni di persone si trasferiscono dai distretti agricoli ai centri in cui operano miniere, commerci e industrie. Milioni si spostano da paesi in cui il terreno è povere verso zone che offrono condizioni più favorevoli all’agricoltura. Queste migrazioni trasformano minoranze in maggioranze e viceversa. Esse portano minoranze straniere all’interno di paesi che erano in passato omogenei dal punto di vista della lingua.

Il principio della nazionalità era basato sul fatto di assumere che ogni individuo rimane attaccato, nel corso della sua vita, alla lingua dei suoi genitori, appresa nella prima infanzia. Anche questo è un errore. Le persone cambiano la lingua che parlano nel corso della loro vita; esse possono giornalmente e abitualmente parlare un linguaggio che è diverso da quello dei loro genitori. L’assimilazione linguistica non è sempre il risultato spontaneo delle condizioni in cui vive l’individuo. Essa è causata non solo dall’ambiente e da fattori culturali; i governi possono incoraggiarla o addirittura metterla in atto in maniera forzata. È una illusione credere che la lingua è un criterio non arbitrario per una delimitazione imparziale delle frontiere. Lo stato può, sotto certe condizioni, influenzare il carattere linguistico dei suoi cittadini.

(da Omnipotent Government, 1944)

 


 

Autodeterminazione personale

Un re può governare, nell’ottica liberale, solo su persone e non su una certa porzione di territorio di cui gli abitanti siano visti come semplici appendici.

È stato il liberalismo che ha creato la forma legale attraverso la quale il desiderio delle persone di appartenere o meno a un certo stato può trovare espressione, e cioè il referendum. Lo stato a cui desiderano appartenere gli abitanti di un certo territorio è individuato attraverso una votazione. Ma anche se tutte le necessarie condizioni economiche e politiche (ad es. quelle che riguardano le politiche nazionali in materia di istruzione) fossero soddisfatte al fine di prevenire che il referendum si riduca ad una farsa, anche se fosse possibile semplicemente effettuare una votazione con la partecipazione di tutti gli abitanti di ogni comunità al fine di determinare a quale stato essi vogliono appartenere, e ripetere tale votazione quando le circostanze cambiano, rimarrebbero sempre alcuni problemi insoluti come causa di possibili frizioni tra le diverse nazionalità. La situazione di dover soggiacere ad uno Stato al quale non si desidera affatto appartenere, non è certo meno onerosa da sopportare, per il mero fatto che essa sia il risultato di libere elezioni, anziché la conseguenza di una conquista militare.

(da Liberalism, 1927)


[In un mondo liberale] il funzionamento del mercato non è ostacolato dall’interferenza governativa. Non ci sono barriere commerciali; le persone possono vivere e lavorare dovunque esse vogliano. Le frontiere sono segnate sulle carte geografiche ma esse non impediscono le migrazioni delle persone e il trasferimento dei beni. I locali non godono di diritti che sono negati a coloro che provengono da altre regioni. I governi e i loro sottoposti restringono le loro attività alla protezione della vita, della salute e della proprietà contro aggressioni fraudolente o violente. Essi non discriminanti contro gli stranieri. I tribunali sono indipendenti e proteggono effettivamente tutti contro le ingerenze del potere ufficiale. Ad ognuno è consentito di dire, scrivere e pubblicare tutto ciò che gli piace. L’istruzione non è soggetta all’interferenza governativa. I governi sono come dei guardiani notturni a cui i cittadini hanno affidato il compito di garantire la sicurezza di tutti. Le persone che ricoprono una carica pubblica sono viste come individui mortali e non come super-uomini o come autorità paterne che godono del diritto e del dovere di tenere gli altri sotto tutela. I governi non hanno il potere di imporre ai cittadini la lingua da utilizzare nell’educazione dei loro figli. Si richiede che gli organi amministrativi e i tribunali utilizzino la lingua parlata da un individuo nel caso che essa sia utilizzata da un numero consistente di persone che risiedono nella zona.

In un mondo così organizzato non fa alcuna differenza sapere dove siano tracciate le frontiere di un paese. Nessuno ha un interesse materiale particolare ad accrescere il territorio dello stato in cui vive; nessuno soffre una perdita se una parte di quell’area si separa dallo stato. È anche del tutto privo di importanza se tutte le parti del territorio di uno stato sono in contatto geografico diretto, o se sono separate da porzioni di territorio che appartengono ad un altro stato. Non ha alcuna importanza economica se il paese ha uno sbocco sul mare oppure no. In un mondo simile le persone di ogni villaggio o distretto potrebbero decidere, con un referendum, a quale stato esse vogliono appartenere.

(da Omnipotent Government, 1944)

 


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