Frédéric Bastiat

Lo Stato

(1848)

 



Nota

Questo articolo è stato pubblicato nel Journal des Débats il 25 settembre 1848.

 


 

Io vorrei che si istituisse un premio, non di cinquecento franchi, ma di un milione di franchi, con attribuzione di corone d'alloro, croci al merito e nastrini, per premiare colui che offrirà una definizione buona, semplice e intelligente di questo termine: lo Stato.

Quale immenso servizio non sarebbe reso alla società!

Lo Stato!
Che cos'è?  dov'è?  cosa fa?  cosa dovrebbe fare?

Tutto quello che noi sappiamo, è che è un personaggio misterioso, e certamente il più sollecitato, il più tormentato, il più indaffarato, il più consigliato, il più accusato, il più invocato e il più incitato che ci sia al mondo.

Signore, io non ho l'onore di conoscervi, ma sono pronto a scommettere dieci a uno che da alcuni mesi voi sognate progetti grandiosi; e se questo è vero, scommetto ancora dieci a uno che voi assegnate allo Stato il compito di realizzarli.

E voi, Signora, io sono sicuro che nel profondo del vostro animo desiderate che vengano sanati tutti i mali di questa povera umanità, e che non sareste nient'affatto scontenta se solo lo Stato si accingesse a questo compito.

Ma, ahimè!  il meschino, come Figaro, non sa né a chi prestare ascolto, né da quale parte indirizzarsi. Le centomila bocche della stampa e delle tribune gli gridano tutte assieme:

  « Organizzate il lavoro e i lavoratori.
     Estirpate l'egoismo.
     Reprimete l'insolenza e la tirannia del capitale.
     Promuovete degli esperimenti sulla concimazione e sulla produzione delle uova.
     Riempite il paese di strade ferrate.
     Irrigate le pianure.
     Rimboscate le montagne.
     Fondate delle fattorie modello.
     Fondate dei laboratori in cui si lavori tutti in armonia.
     Colonizzate l'Algeria.
     Date il latte ai fanciulli.
     Istruite la gioventù.
     Assistete la vecchiaia.
     Inviate nelle campagne gli abitanti delle città.
     Uniformate i profitti di tutte le industrie.
     Date in prestito il denaro, senza interesse, a coloro che lo desiderano.
     Liberate dal giogo straniero l'Italia, la Polonia e  l'Ungheria.
     Allevate e migliorate la razza dei cavalli da sella.
     Incoraggiate l'arte, dateci dei musicisti e delle ballerine.
     Vietate il commercio e, al tempo stesso, create una marina mercantile.
     Scoprite per noi la verità e fate entrare nelle nostre teste un pizzico di ragione.
     Lo Stato ha per missione il compito di rischiarare, sviluppare, ingrandire,
     fortificare, spiritualizzare e santificare l'animo dei popoli. »

« Eh ! Signori, un po' di pazienza  » risponde lo Stato, con aria dimessa.

« Cercherò di dare soddisfazione alle vostre richieste, ma per fare ciò mi occorrono delle risorse. Ho approntato delle risoluzioni concernenti cinque o sei imposte del tutto nuove e le più benigne al mondo. Vedrete che sarà un piacere pagarle. »

A quel punto un grande grido si eleva al cielo:
« Che!  Cosa!  che merito ci sarebbe nel fare alcunché ricevendo delle risorse!  Per agire così non vale proprio la pena di chiamarsi lo Stato.  Lungi dal colpirci con nuove tasse, noi vi intimiamo di sopprimere quelle in vigore.

Cancellate:

     L'imposta sul sale;
     L'imposta sulle bevande;
     L'imposta sulla corrispondenza;
     L'imposta di consumo;
     Le patenti;
     Le prestazioni obbligatorie. »

Nel bel mezzo di questo tumulto, e dopo che il paese ha cambiato due o tre volte il governo dello Stato per non aver soddisfatto a tutte queste richieste, io mi sono permesso di far osservare che esse erano contraddittorie.
Di cosa mi sono impicciato, per l'amor del cielo!  non potevo tenere per me questa malaugurata considerazione?

Eccomi allora discreditato per sempre; e adesso è assodato che sono un essere senza cuore e senza fegato, un filosofo arido, un individualista, un borghese, e, per riassumere il tutto, un economista della scuola inglese o americana.

Oh!  chiedo perdono a voi, sublimi uomini di lettere, che non vi arrestate di fronte a nulla, nemmeno davanti alle contraddizioni.  Ho torto, senza alcun dubbio, e mi ritiro umilmente. Io non chiedo di meglio, siatene certi, se davvero voi avete scoperto, al di fuori di noi, un benefattore dalle risorse inesauribili che si chiama lo Stato, che ha del pane per tutte le bocche, del lavoro per tutte le braccia, dei capitali per tutte le imprese economiche, del credito per tutti i progetti, dell'unguento per tutte le piaghe, del balsamo per tutte le sofferenze, dei consigli per tutte le indecisioni, delle soluzioni per tutti i dubbi, delle verità per tutti gli esseri pensanti, delle distrazioni per tutte le tribolazioni, del latte per l'infanzia, del vino per la vecchiaia, un benefattore che provvede a tutti i nostri bisogni, previene tutti i nostri desideri, soddisfa tutte le nostre curiosità, corregge tutti i nostri errori, tutte le nostre manchevolezze, e ci dispensa oramai tutti dall'essere previdenti, prudenti, giudiziosi, saggi, esperti, ordinati, economi, temperati, attivi.

E perché non dovrei io desiderarlo?  Dio mi perdoni, più ci rifletto, più trovo la cosa conveniente, e non vedo l'ora di avere anch'io, al mio servizio, questa fonte inesauribile di ricchezze e di illuminazioni, questo elisir universale, questo tesoro senza fondo, questo consigliere infallibile che voi chiamate Stato.

Per cui io chiedo che me lo si mostri, che lo si definisca, ed è per questo che propongo di istituire un premio per il primo che svelerà questa fenice. Perché, in fin dei conti, sarete ben d'accordo con me che questa scoperta preziosa non è stata ancora fatta, dal momento che, fino ad ora, tutto ciò che si presenta sotto il nome di Stato, la gente lo rifiuta immediatamente, proprio perché non soddisfa le condizioni peraltro un po' contraddittorie del programma.

Occorre proprio dirlo?  Io temo che tutti noi siamo, a questo riguardo, sotto l'influsso ingannevole di una delle più bizzarre illusioni che si siano mai impadronite dello spirito umano.

L'essere umano rifugge la Pena e la Sofferenza. E nonostante ciò è condannato per natura alla Sofferenza delle Privazioni se non prende su di sé la Pena del Lavoro. Non gli resta dunque che la scelta tra questi due mali.

Come fare per evitarli tutti e due?  Finora egli non ha trovato e non troverà mai che un solo mezzo, che è quello di godere del lavoro altrui; si tratta di fare in modo che la Pena e il Godimento non incombano su ciascuno secondo un rapporto naturale, ma che tutta la pena ricada sugli uni e tutti i godimenti giungano agli altri. Da ciò deriva la schiavitù, lo sfruttamento, quale che sia la forma presa da questi fenomeni: guerre, inganni, violenze, restrizioni, frodi, ecc., abusi mostruosi ma in linea con l'idea che ha dato loro origine.  Si deve odiare e combattere gli oppressori, ma non si può dire che essi siano assurdi.

La schiavitù scompare, grazie al cielo, e, d'altro lato, questa disposizione d'animo per cui noi ci impegnamo a difendere i nostri beni, fa sì che la ruberia pura e semplice non è più così agevole. Nonostante ciò un qualcosa rimane. È questa infelice inclinazione a dividere in due parti il complesso delle esperienze di vita, rigettando sugli altri la Pena e conservando per sé stessi il Godimento. Occorre vedere sotto quale nuova forma si manifesti questa sciagurata tendenza.

L'oppressore non agisce più direttamente sull'oppresso contando sulle sue proprie forze. No, la nostra coscienza è diventata troppo accorta per agire in questo modo. Sussistono ancora il tiranno e la vittima, ma tra di loro si pone un intermediario che è lo Stato, vale a dire la legge stessa. Che cosa di più asettico per mettere a tacere i nostri scrupoli e, ciò che è forse estremamente apprezzabile, a vincere le resistenze?  Dunque, tutti, sotto un qualsiasi titolo, sotto un pretesto o l'altro, noi ci rivolgiamo allo Stato. Noi gli diciamo:
« Io non trovo che vi sia, tra i miei godimenti e le mie fatiche lavorative un rapporto proporzionale che mi soddisfi. Mi piacerebbe tanto, per ristabilire l'equilibrio desiderato, prendere qualcosa dalle risorse degli altri. Ma ciò è pericoloso. Non potreste voi per caso facilitarmi la cosa?  Non potreste voi farmi avere un buon posto?  O bloccare opportunamente le attività industriali dei miei concorrenti?  O meglio ancora, prestarmi senza interessi dei capitali che avrete preso ai loro possessori?  Oppure educare i miei ragazzi a spese del pubblico?  O accordarmi dei premi di produzione?   O assicurarmi una vita serena quando avrò cinquant'anni?   In questo modo raggiungerò il mio obiettivo in piena tranquillità di coscienza, perché sarà la legge stessa che avrà agito per me, e io avrò tutti i vantaggi dell'accaparramento senza avere né i rischi né l'odio! »

Essendo certo che, da una parte, noi tutti rivolgiamo allo Stato simili richieste, e che, dall'altra parte, è assodato che lo Stato non può procurare il godimento agli uni senza accrescere il lavoro degli altri, in attesa di un'altra definizione dello Stato, mi ritengo autorizzato a fornire qui la mia. Chissà che essa non ottenga il primo premio?
Eccola:

Lo Stato
è la grande finzione
attraverso la quale tutti
cercano di vivere alle spalle di tutti gli altri.

Infatti,  oggi come ieri, chi più chi meno, ognuno vorrebbe certamente trarre vantaggio dal lavoro degli altri. Questa inclinazione non si ha il coraggio di mostrarla apertamente, la si nasconde anche a sé stessi, e allora che cosa si fa? Ci si immagina un intermediario, ci si rivolge allo Stato, e ogni ceto, uno dopo l'altro, vorrebbe dirgli:
« Voi che avete la facoltà di espropriare legalmente, onestamente, prendete dal pubblico, e noi ripartiremo il tutto.»

Ahimè!  lo Stato ha anch'esso una notevole inclinazione a seguire questo diabolico suggerimento, in quanto esso è composto da ministri, funzionari, in una parola esseri umani che, come tutti gli esseri umani, recano in sé questo desiderio e afferrano sempre con sollecitudine l'opportunità di veder accrescere le loro ricchezze e la loro influenza. Lo Stato impara dunque ben presto che può ricavarci qualcosa dal ruolo che il pubblico gli affida. Esso sarà l'arbitro, il padrone dei destini di tutti: raccoglierà molto, e dunque gli resterà molto per sé stesso; moltiplicherà il numero dei suoi rappresentanti, amplierà la portata delle sue attribuzioni, finirà per assumere proporzioni schiaccianti.

Ma ciò che occorre assolutamente notare, è la stupefacente cecità del pubblico in tutto ciò. Quando dei soldati fortunati riducevano i vinti in uno stato di schiavitù, essi erano persone barbare ma il loro comportamento non era assurdo. Il loro fine, come il nostro, era quello di vivere a carico degli altri; ma, al pari di noi, essi raggiungevano il loro obiettivo. Che cosa dobbiamo pensare di un popolo nel caso in cui esso non sembri dubitare che il saccheggio reciproco non è per questo meno spoliatore per il fatto di essere reciproco, che non è meno criminale per il solo fatto che viene portato a compimento a norma di legge e in maniera ordinata, che esso non aggiunge nulla al pubblico benessere, che esso, al contrario, lo diminuisce dell'ammontare che costa mantenere questo intermediario dispendioso che chiamiamo lo Stato?

E questa grande chimera, noi l'abbiamo posta, a edificazione del popolo, all'inizio della nostra Costituzione. Ecco le prime parole del preambolo:

« La Francia si è costituita in Repubblica per ... richiamare tutti i cittadini verso un livello sempre più elevato di moralità, saggezza e benessere. »

Così, è la Francia o l'astrazione, che richiama i Francesi o le realtà della vita alla moralità, al benessere, ecc. Non significa questo sprofondare in quella bizzarra illusione che ci porta ad aspettare tutto da una energia che non è la nostra?  Non significa forse dare ad intendere che esiste, a fianco e al di fuori dei Francesi, un essere virtuoso, illuminato, ricco, che può riversare su di loro la sua beneficenza?  Non significa forse supporre, e di certo in maniera del tutto gratuita, che vi sia tra la Francia e i Francesi, tra la semplice denominazione condensata ed astratta di tutte le individualità e queste stesse individualità, rapporti simili a quelli che esistono tra il padre e il figlio, il tutore e il pupillo, l'insegnante e lo scolaro?  Io so bene che si dice talvolta in maniera metaforica: La patria è una tenera madre. Ma per cogliere in flagrante delitto di vacuità il dettato costituzionale, è sufficiente mostrare che esso può essere rigirato, non solo senza inconvenienti, ma persino con un certo tornaconto.
Forse che l'esattezza di espressione ne soffrirebbe se il preambolo avesse recitato:

« I Francesi si sono costituiti in Repubblica per richiamare la Francia ad un livello sempre più elevato di moralità, saggezza e benessere? »

Ora, quale è il valore di un assioma dove il soggetto e l'attributo possono essere scambiati senza alcun inconveniente? Tutti capiscono quando si dice: la madre allatterà il neonato. Ma sarebbe ridicolo dire: il neonato allatterà la madre.

Gli Americani si sono fatti una concezione differente dei rapporti tra i cittadini e lo Stato, allorché essi hanno collocato all'inizio della loro Costituzione queste semplici parole:

«Noi, il popolo degli Stati Uniti, per formare una unione più completa, per stabilire la giustizia, assicurare la pace all'interno, provvedere alla difesa comune, accrescere il benessere generale e assicurare i benefici della libertà a noi stessi e ai nostri discendenti, decretiamo, ecc.»

Qui non troviamo nessuna creazione chimerica, nessuna astrazione a cui i cittadini chiedono tutto. Essi non si aspettano niente se non da essi stessi e dalla loro personale forza di volontà.

Se io mi sono permesso di criticare le prime parole della nostra Costituzione, è perché qui non si tratta, come si potrebbe credere, di una pura sottigliezza metafisica. Io sostengo che questa personificazione dello Stato si è rivelata in passato e sarà in futuro una fonte feconda di calamità e di sconvolgimenti.

Ecco il Pubblico da una parte, lo Stato dall'altra, considerati come due esseri distinti, il primo tenuto a riversare doni sul secondo, il secondo sentendosi in diritto di reclamare dal primo un torrente di umane soddisfazioni. Che cosa deve accadere?

Nella realtà dei fatti, lo Stato non è monco e non può esserlo. Esso ha due mani, l'una per ricevere e l'altra per dare, o, altrimenti detto, la mano rude e la mano dolce. L'attività della seconda è necessariamente subordinata all'attività della prima.

A rigore, lo Stato potrebbe prendere senza dare. Questo si è visto e si spiega per via della natura porosa e assorbente delle sue mani, che trattengono sempre una parte e talvolta la totalità di ciò che esse toccano. Ma quello che non si è mai visto, quello che non si vedrà mai e che non si può nemmeno concepire, è l'eventualità che lo Stato restituisca al pubblico più di quanto esso prenda. È dunque una follia totale l'assumere nei confronti dello Stato l'atteggiamento umile dei mendicanti. È radicalmente fuori della portata dello Stato conferire un vantaggio particolare ad alcuni individui che costituiscono la comunità, senza infliggere un danno superiore alla comunità nel suo complesso.

Esso si trova dunque posto, in rapporto alle nostre esigenze, in un chiaro circolo vizioso.

Se esso rifiuta di compiere il bene che ci si attende da lui, esso viene accusato di impotenza, di cattiva volontà, d'incapacità. Se esso cerca di compiere il bene, è costretto a colpire il popolo di tasse in misura doppia, a fare più male che bene, e ad attirarsi, per altri versi, la disaffezione generale.

Così, nel pubblico si alimentano delle speranze e da parte del governo si esprimono due promesse: molti benefici e nessuna imposta. Speranze e promesse che, essendo contraddittorie, non si realizzano mai.

Non è forse questa la causa di tutte le rivoluzioni?  Perché, tra lo Stato che elargisce promesse impossibili, e il pubblico che concepisce speranze irrealizzabili, vengono ad interporsi due classi di individui: gli ambiziosi e gli utopisti. Il loro ruolo è interamente segnato dalla situazione. È sufficiente a questi cortigiani della popolarità gridare alle orecchie del popolo: 
« Il potere ti inganna; se noi fossimo al loro posto, noi davvero ti riempiremmo di ogni bene e ti libereremmo dalle tasse. »

E il popolo crede, e il popolo spera, e il popolo fa una rivoluzione.

I nuovi cortigiani non fanno in tempo ad occupare i posti di comando, che viene loro intimato di decidersi a fare.
« Datemi dunque del lavoro, cibo, assistenza, credito, istruzione, colonie, dice il popolo, e al tempo stesso, in base alle vostre promesse, liberatemi dalle ganasce del fisco. »

Lo Stato nuovo non è meno imbarazzato di quello vecchio, perché, quando si tratta di cose impossibili, è facile promettere ma non certo mantenere le promesse. Cerca quindi di guadagnar tempo, e ne ha bisogno per far maturare i suoi vasti progetti. Per prima cosa, compie dei timidi tentativi; da un lato, estende un po' l'istruzione primaria; dall'altro, modifica un po' l'imposta sugli alcolici (1830).
Ma la contraddizione si erge sempre davanti a lui: se vuole essere filantropo, è costretto ad essere fiscale; e se rinunzia alla fiscalità, occorre che rinunzi anche alla filantropia.

Queste due promesse cozzano sempre e necessariamente l'una contro l'altra.
Fare ricorso al credito, vale a dire divorare le risorse del futuro, è questo certo un mezzo pratico di conciliare le promesse; si tenta di distribuire un po' di benefici nel presente creando parecchi guasti per il futuro. Ma procedere in questa maniera evoca lo spettro della bancarotta che estingue il credito. Che fare dunque?  A quel punto il nuovo Stato prende l'iniziativa coraggiosamente; raccoglie delle forze per mantenersi al potere, sopprime la libertà d'espressione, ricorre a misure arbitrarie, ridicolizza gli antichi proclami, dichiara che non si può amministrare che a patto di essere impopolare; detto in breve, si proclama potere governativo.

Ed è lì che lo attendono altri soggetti che sono ansiosi di popolarità. Essi sfruttano la stessa illusione, passano attraverso gli stessi sentieri, ottengono lo stesso successo, e ben presto vanno a farsi inghiottire nel medesimo baratro.  È così che noi siamo arrivati a Febbraio. A quell'epoca, l'illusione che rappresenta il soggetto di questo articolo era penetrata più a fondo che mai nella mente del popolo, attraverso le dottrine socialiste. Più che in altro momento, esso si aspettava che lo Stato sotto la forma repubblicana, aprisse totalmente la sorgente dei benefici e chiudesse quella delle imposte.
« Sono stato spesso ingannato, diceva il popolo, ma farò io stesso attenzione che non mi si prenda in giro anche stavolta. »

Che poteva fare il governo provvisorio?  Ahimè!  ciò che fa sempre in simili circostanze: promettere e guadagnar tempo. Di promesse non fa certo difetto, e per dare ad esse maggiore solennità, le suggella in alcuni decreti.
« Innalzamento del benessere, diminuzione dei carichi di lavoro, assistenza, credito, istruzione gratuita, colonie agricole, dissodamenti, e al tempo stesso riduzione della tassa sul sale, sulle bevande, sui timbri postali, sulla carne, tutto sarà votato ... alla prima riunione dell'Assemblea nazionale ».

L'Assemblea nazionale si è riunita, e dal momento che non si può dar corso a due esigenze contraddittorie, il suo compito, il suo triste compito, è consistito nel ritirare, nella maniera più silenziosa, uno dopo l'altro, tutti i decreti del governo provvisorio.

Al tempo stesso, per non rendere la delusione troppo crudele, è stato necessario fare delle eccezioni. Certi impegni sono stati mantenuti, altri hanno ricevuto un piccolo segnale di approvazione. Così l'amministrazione attualmente in carica può compiere uno sforzo di immaginazione riguardo a nuove tasse.

Adesso io mi immagino di vedere quello che succederà di qui a qualche mese, e mi chiedo, con la tristezza nel cuore, che cosa accadrà quando degli agenti dello stato del tutto nuovi si recheranno nelle nostre campagne per prelevare le nuove imposte sulle successioni, sui redditi, sui profitti della produzione agricola. Che il Cielo mi smentisca, ma io ci vedo ancora un ruolo per tutti coloro che sono a caccia di popolarità

Leggete l'ultimo Manifesto dei Montagnardi, quello che essi hanno emesso in occasione dell'elezione presidenziale. È un po' lungo, ma, dopotutto, può essere riassunto in due parole: lo Stato deve dare molto ai cittadini e pretendere poco da essi. È sempre la stessa tattica, o se si vuole, lo stesso errore.

« Lo Stato deve offrire gratuitamente l'istruzione e l'educazione a tutti i cittadini. »

Esso deve:
« Un insegnamento generale e professionale appropriato, per quanto possibile, ai bisogni, alle inclinazioni e alle capacità di ciascun cittadino. »

Esso deve:
« Insegnare al cittadino i doveri verso Dio, verso gli uomini e verso sé stesso; sviluppare i suoi sentimenti, le sue inclinazioni e le sue facoltà, procurargli infine le conoscenze per esercitare il suo lavoro, per garantirsi i suoi interessi e per far valere i suoi diritti. »

Esso deve:
« Mettere alla portata di tutti le lettere e le arti, il patrimonio culturale, i tesori dello spirito, tutti i godimenti intellettuali che innalzano e fortificano l'animo umano. »

Esso deve:
« Offrire riparazione per ogni calamità, incendio, inondazione, ecc. (questo eccetera ne dice più di quanto non sembri) sofferti da un cittadino. »

Esso deve:
« Intervenire nei rapporti tra capitale e lavoro e farsi regolatore del credito. »

Esso deve:
« Procurare all'agricoltura dei sostegni sicuri e una protezione efficace. »

Esso deve:
« Acquisire la proprietà di ferrovie, canali, miniere, » e senza dubbio amministrarli con quella capacità gestionale che lo caratterizzano.

Esso deve:
« Stimolare le imprese audaci, incoraggiarle e aiutarle per mezzo di tutte le risorse capaci di farle trionfare. Regolatore del credito, lo Stato indirizzerà con le sue direttive le associazioni industriali e agricole, al fine di garantirne il successo. »

Lo Stato deve occuparsi di tutto ciò, senza tralasciare i compiti che esso assolve attualmente; e, per fare un esempio, occorrerà che esso conservi sempre, nei confronti degli stranieri, un atteggiamento minaccioso; infatti, affermano i firmatari del programma, « uniti da questa santa solidarietà e memori delle imprese gloriose della Francia repubblicana, noi trasportiamo i nostri desideri e le nostre speranze al di là delle barriere che il dispotismo innalza tra le nazioni: i diritti che noi pretendiamo, noi li vogliamo anche per tutti coloro che il giogo della tirannia opprime; noi vogliamo che questo nostro glorioso esercito sia ancora, se occorre, l'esercito della libertà. »

Voi vi rendete conto che la mano premurosa dello Stato, questa buona mano che dona e distribuisce, sarà molto occupata sotto il governo dei Montagnardi. Voi credete forse che anche l'altra mano, quella rude, che penetra e svuota le nostre tasche, non sarà altrettanto occupata?

Abbandonate le vostre illusioni. Coloro che cercano la popolarità non saprebbero il loro mestiere, se non avessero acquisito l'arte di mostrare la mano benevola, mentre nascondono la mano rude.

Il loro dominio sarebbe altrimenti la somma felicità del contribuente.
«È il superfluo, dicono loro, non il necessario che deve essere colpito dall'imposta.»

Non sarebbe forse una bella età quella in cui, per coprirci di benefici, il fisco si contentasse di prendere solo il nostro superfluo?

Ma questo non è tutto. I Montagnardi aspirano a che « l'imposta perda il suo carattere oppressivo e non sia nulla di più che un atto di fraternità. »

Bontà del cielo!  io ben sapevo che va di moda infilare dappertutto la fraternità, ma escludevo di certo che la si potesse introdurre tra le carte dell'agente delle tasse.

Scendendo ai dettagli, i firmatari del programma affermano:
« Noi vogliamo l'abolizione immediata delle imposte che colpiscono i beni di prima necessità, come il sale, le bevande, eccetera.
« La riforma  dell'imposta fondiaria, delle imposte di consumo, delle concessioni.
« L'amministrazione gratuita della giustizia, vale a dire la semplificazione delle procedure e la riduzione delle spese.»
(Qui si fa senza dubbio riferimento al costo dei bolli)

Così, imposta fondiaria, imposta di consumo, patenti, bolli, sale, bevande, valori postali, tutto viene messo nel calderone. Questi signori hanno trovato il segreto di concedere un attivismo sfrenato alla mano benefica dello Stato paralizzando al tempo stesso la mano rude.

Ebbene, chiedo io al lettore equilibrato, non è questo far mostra di infantilismo, e per di più di infantilismo dannoso?
Come è possibile che il popolo non faccia una rivoluzione dopo l'altra, dal momento che ha deciso di fermare la propria protesta solo dopo aver compreso l'esistenza di questa contraddizione: « Non dare nulla allo Stato e ricevere molto in cambio! »
C'è qualcuno forse che crede che se i Montagnardi arrivassero al potere, non sarebbero essi stessi le vittime dei raggiri che utilizzano per impadronirsene?

Cittadini, in tutte le epoche, si sono presentati due sistemi politici, e tutti e due possono avanzare buone ragioni per la loro esistenza.  In base al primo, lo Stato deve fare molto, ma ha anche il diritto di prendere molto. In base all'altro, la doppia azione di dare e di prendere deve essere estremamente ridotta. Bisogna scegliere tra questi due sistemi. Ma, per quanto riguarda un terzo sistema, che prende qualcosa degli altri due, e che consiste nell'esigere tutto dallo Stato senza dare alcunché, esso è chimerico, assurdo, puerile, contraddittorio, pericoloso. Coloro che lo sostengono, per ricavarne la soddisfazione di accusare tutti i governi di impotenza e di esporli così alle vostre invettive, questi vi illudono e vi ingannano, o quanto meno ingannano sé stessi.

Quanto a noi, pensiamo che lo Stato non è e non dovrebbe essere altra cosa che la forza messa in comune, non per essere tra tutti i cittadini uno strumento di oppressione e di spoliazione, ma, al contrario, per garantire a ciascuno il suo, e far regnare la giustizia e la pace.

 


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