Errico Malatesta

Organizzazione

(1897)

 



Nota

Errico Malatesta, uno dei più lucidi protagonisti del movimento anarchico, sbarazza il campo delle sciocchezze propagate da anarchici-pseudonarchici per il quali il rifiuto di qualsiasi organizzazione equivale alla affermazione della pratica anarchica. Giustamente Malatesta fa rilevare che i veri anarchici rifiutano solo l'autoritarismo di chi pretende di organizzare, cioè imporsi sugli altri, ma sono pienamente consapevoli che la libera organizzazione ("organizzazione senza autorità") è la base non solo di qualsiasi società civile ma anche il principio cardine dell'anarchia.

 


 

Organizzatori e antiorganizzatori
in  «L'agitazione», Ancona, (4 giugno 1897)

Sono degli anni che si fa tra gli anarchici un gran discutere su questa questione. E, come avviene spesso, quando si piglia passione in una discussione ed alla ricerca della verità subentra il puntiglio di aver ragione, o quando le discussioni teoriche non sono che un tentativo per giustificare una condotta pratica ispirata da altri motivi, si è prodotta una grande confusione d'idee e di parole.
Ricordiamo di passaggio, tanto per sbarazzarcene, le semplici questioni di parole, che a volte han raggiunto le più alte cime del ridicolo, come per esempio: « noi non vogliamo l'organizzazione ma l'armonizzazione »; « siamo contrari all'associazione, ma ammettiamo l'intesa » ; « noi non vogliamo segretario e cassiere, perché sono cose autoritarie, ma incarichiamo un compagno di tenere la corrispondenza, ed un altro di custodire il denaro » - e passiamo alla discussione seria.

Vi sono tra coloro che rivendicano, con aggettivi vari o senza aggettivi, il nome di anarchici, due frazioni: i partigiani e gli avversari dell'organizzazione.
Se non possiamo riuscire a metterci d'accordo, cerchiamo almeno di comprenderci.
E prima di tutto distinguiamo, poiché la questione è triplice:
- l'organizzazione in generale come principio e condizione di vita sociale, oggi e nella società futura;
- l'organizzazione del partito anarchico;
- l'organizzazione delle forze popolari e specialmente quella delle masse operaie per la resistenza contro il governo e contro il capitalismo.

La necessità dell'organizzazione nella vita sociale, e quasi direi la sinonimia tra organizzazione e società, è cosa tanto evidente che si stenta a credere come si sia potuta negare.
Per rendersene conto bisogna ricordare quale è la funzione, specifica, caratteristica del movimento anarchico, e come gli uomini e i partiti sono soggetti a lasciarsi assorbire dalla questione che più direttamente li riguarda, dimenticando tutte le questioni connesse, a guardare più la forma che la sostanza, infine a vedere le cose da un lato solo e perdere così la giusta nozione della realtà.
Il movimento anarchico cominciò come reazione contro lo spirito di autorità, dominante nella società civile, nonché in tutti i partiti e tutte le organizzazioni operaie, e si è andato ingrossando man mano di tutte le rivolte sollevatesi contro le tendenze autoritarie ed accentratrici.
Era naturale quindi che molti anarchici fossero come ipnotizzati da questa lotta contro l'autorità e che, credendo, per l'influenza dell'educazione autoritaria ricevuta, che l'autorità è l'anima della organizzazione sociale, per combattere quella combattessero e negassero questa.
E veramente l'ipnotizzazione arrivò al punto da far sostenere cose veramente incredibili.

Si combatté ogni sorta di cooperazione e di intesa, ritenendo che l'associazione era l'antitesi dell'anarchia; si sostenne che senza accordi, senza obblighi reciproci, facendo ognuno quello che gli passa per il capo senza nemmeno informarsi di quello che fa l'altro, tutto si sarebbe spontaneamente armonizzato; che anarchia significa che ogni uomo deve bastare a sé stesso e farsi da sé tutto quello che gli occorre senza scambio e senza lavoro associato; che le ferrovie potevano funzionare benissimo senza organizzazione, anzi che questo avveniva di già in Inghilterra (!); che la posta non era necessaria e che chi a Parigi voleva scrivere una lettera a Pietroburgo . . . se la poteva portare da sé (!), ecc. ecc. .
Ma queste sono sciocchezze, si dirà, e non vale la pena di rilevarle.
Sì, ma queste sciocchezze sono state dette, stampate, propagate: sono state accolte da gran parte del pubblico come l'espressione genuina delle idee anarchiche; e servono sempre come armi di combattimento agli avversari, borghesi e non borghesi, che vogliono aver di noi una facile vittoria.
E poi quelle sciocchezze non mancano del loro valore, in quanta sono la conseguenza logica di certe premesse e possono servire di riprova sperimentale della verità o meno di quelle premesse.

Alcuni individui, di mente limitata ma forniti di potente spirito logico, quando hanno accettato delle premesse ne tirano tutte le conseguenze fino all'ultimo, e, se così vuole la logica, arrivano senza scomporsi alle più grandi assurdità, alla negazione dei fatti più evidenti. Ve ne sono bensì altri più colti e di spirito più largo, che trovan sempre modo d'arrivare a conclusioni più o meno ragionevoli, anche a costo di strapazzare la logica; e per questi gli errori teorici hanno poca o nessuna influenza sulla condotta pratica. Ma insomma, fino a che non si rinunzia a certi errori fondamentali, si è sempre minacciati dai sillogizzatori ad oltranza, e si torna sempre da capo.
E l'errore fondamentale degli anarchici avversari dell'organizzazione è il credere che non sia possibile organizzare senza autorità - ed il preferire, ammessa quella ipotesi, piuttosto rinunciare a qualsiasi organizzazione che accettare la minima autorità.

Ora, che l'organizzazione, vale a dire l'associazione per uno scopo determinato e colle forme ed i mezzi necessari a conseguire quel fine, sia una cosa necessaria alla vita sociale ci pare evidente. L'uomo isolato non può vivere nemmeno la vita del bruto: esso è impotente, salvo nelle regioni tropicali e quando la popolazione è eccessivamente rada, a procurarsi il nutrimento; e lo è sempre, senza eccezioni, ad elevarsi ad una vita alcun poco superiore a quella degli animali. Dovendo perciò unirsi cogli altri uomini, anzi trovandosi unito in conseguenza della evoluzione antecedente della specie, esso deve, o subire la volontà degli altri (essere schiavo), o imporre la volontà propria agli altri (essere un'autorità), o vivere cogli altri in fraterno accordo in vista del maggior bene di tutti (essere un associato). Nessuno può esimersi da questa necessità; ed i più eccessivi antiorganizzatori non solo subiscono l'organizzazione generale della società in cui vivono, ma anche negli atti volontari della loro vita, anche nelle loro rivolte contro l'organizzazione si uniscono, si dividono il compito, si organizzano con quelli con cui vanno d'accordo e utilizzano i mezzi che la società mette a loro disposizione . . . sempre, s'intende, che si tratti di cose volute e fatte davvero e non di vaghe aspirazioni platoniche, di sogni sognati.

Anarchia significa società organizzata senza autorità, intendendosi per autorità la facoltà di imporre la propria volontà e non già il fatto inevitabile e benefico che chi meglio intende e sa fare una cosa riesce più facilmente a far accettare la sua opinione, e serve di guida, in quella data cosa, ai meno capaci di lui.

Secondo noi l'autorità non solo non è necessaria all'organizzazione sociale, ma, lungi dal giovarle, vive su di essa da parassita, ne inceppa l'evoluzione, e volge i suoi vantaggi a profitto speciale di una data classe che sfrutta ed opprime le altre. Fino a che in una collettività vi e armonia d'interessi, fino a che nessuno ha voglia o modo di sfruttare gli altri; non v'è traccia d'autorità: quando viene la lotta intestina e la collettività si divide in vincitori e vinti, allora sorge l'autorità, la quale naturalmente è devoluta ai più forti e serve a confermare, perpetuare ed ingrandire la loro vittoria.

Crediamo così, e perciò siamo anarchici: che se credessimo che non vi possa essere organizzazione senza autorità, noi saremmo autoritari, perché preferiremmo ancora l'autorità, che inceppa ed addolora la vita, alla disorganizzazione che la rende impossibile.
Del resto, quel che saremmo noi importa poco. Se fosse vero che il macchinista ed il capotreno ed i capiservizio debbano per forza essere delle autorità, anziché dei compagni che fanno per tutti un determinato lavoro, il pubblico amerebbe sempre piuttosto subire la loro autorità che viaggiare a piedi. Se il mastro di posta non potesse non essere un'autorità, ogni uomo sano di mente sopporterebbe l'autorità del mastro di posta, piuttosto che portar da sé le proprie lettere.
E allora. . . l'anarchia sarebbe il sogno di alcuni, ma non potrebbe realizzarsi mai.

 


 

Necessità dell'organizzazione
in  «L'agitazione», Ancona, (11 giugno 1897)

Ammessa possibile l'esistenza di una collettività organizzata senza autorità, cioè senza coazione - e per gli anarchici è necessario ammetterlo perché altrimenti l'anarchia non avrebbe senso - passiamo a parlare dell'organizzazione del partito anarchico.
Anche in questo caso l'organizzazione ci sembra utile e necessaria. Se partito significa l'insieme d'individui che hanno uno scopo comune e si sforzano di raggiungere questo scopo, è naturale ch'essi s'intendano, uniscano le loro forze, si dividano il lavoro e prendano tutte le misure stimate atte a raggiungere quello scopo. Restare isolati, agendo o volendo agire ciascuno per conto suo senza intendersi con altri, senza prepararsi, senza unire in un fascio potente le deboli forze dei singoli, significa condannarsi all'impotenza, sciupare la propria energia in piccoli atti senza efficacia e ben presto perdere la fede nella meta e cadere nella completa inazione.

Ma anche qui la cosa ci sembra talmente evidente che, invece di insistere nella dimostrazione diretta, cercheremo di rispondere agli argomenti degli avversari dell'organizzazione.
E prima di tutto ci si presenta l'obbiezione, diremo così, pregiudiziale. «Ma di quale partito ci parlate?», essi dicono, «noi non siamo un partito, noi non abbiamo programma». E con questa forma paradossale essi intendono dire che le idee progrediscono e cambiano continuamente e che essi non vogliono accettare un programma fisso, che può essere buono oggi, ma che sarà certamente superato domani.

Ciò sarebbe perfettamente giusto se si trattasse di studiosi che cercano il vero senza curarsi delle applicazioni pratiche. Un matematico, un chimico, un psicologo, un sociologo possono dire di non aver programma o di non avere che quello di ricercare la verità: essi vogliono conoscere, non vogliono fare qualche cosa. Ma anarchia e socialismo non sono delle scienze: sono dei propositi, dei progetti che anarchici e socialisti vogliono mettere in pratica e che perciò hanno bisogno di essere formulati in programmi determinati. La scienza e l'arte delle costruzioni progrediscono tutti i giorni; ma un ingegnere che vuol costruire, o anche demolire qualche cosa, deve fare il suo piano, raccogliere i suoi mezzi di azione e agire come se scienza ed arte si fossero arrestate al punto ove egli le trova quando dà principio ai suoi lavori. Può benissimo avvenire che egli possa utilizzare delle nuove acquisizioni fatte nel corso del lavoro senza rinunciare alla parte essenziale del suo piano; e può darsi anche che le nuove scoperte ed i nuovi mezzi creati dall'industria siano tali che egli vegga la necessità di abbandonare tutto e ricominciare da capo. Ma ricominciando, avrà bisogno di fare un nuovo piano basato su quello che si conosce e si possiede fino a quel momento, e non potrà concepire e mettersi ad eseguire una costruzione amorfa, con materiali non composti, per il motivo che domani la scienza potrebbe suggerire delle forme migliori e l'industria fornire dei materiali meglio composti.
Noi intendiamo per partito anarchico l'insieme di quelli che vogliono concorrere ad attuare l'anarchia, e che perciò han bisogno di fissarsi uno scopo da raggiungere ed una via da percorrere; e lasciamo volentieri alle loro elucubrazioni trascendentali gli amatori della verità assoluta e del progresso continuo, che non cimentando mai le loro idee alla prova dei fatti finiscono poi col far nulla e scoprir meno.

L'altra obbiezione è che l'organizzazione crea dei capi, delle autorità. Se questo è vero, se è vero cioè che gli anarchici sono incapaci di riunirsi ed accordarsi tra di loro senza sottoporsi ad un'autorità, ciò vuol dire che essi sono ancora molto poco anarchici e che prima di pensare a stabilire l'anarchia nel mondo debbono pensare a rendersi capaci essi stessi di vivere anarchicamente. Ma il rimedio non starebbe già nella non organizzazione, bensì nella cresciuta coscienza dei singoli membri.
Certamente se in un'organizzazione si lascia addosso a pochi tutto il lavoro e tutte le responsabilità, se si subisce quello che fanno i pochi senza metter mano all'opera e cercar di far meglio, quei pochi finiranno, anche se non lo vogliono, col sostituire la propria volontà a quella della collettività. Se in un'organizzazione i membri tutti non si curano di pensare, di voler capire, di farsi spiegare quello che non capiscono, di esercitare sempre su tutto e su tutti le loro facoltà critiche, e lasciano a pochi il compito di pensare per tutti, quei pochi saranno i capi, le teste pensanti e dirigenti.

Ma, lo ripetiamo, il rimedio non sta nella non organizzazione. Al contrario, nelle piccole come nella grande società, a parte la forza brutale, di cui non può essere questione nel caso nostro, l'origine e la giustificazione dell'autorità sta nella disorganizzazione sociale. Quando una collettività ha un bisogno ed i suoi membri non sanno organizzarsi spontaneamente da loro stessi per provvedervi, sorge qualcuno, un'autorità, che provvede a quel bisogno servendosi delle forze di tutti e dirigendole a sua voglia. Se le strade sono mal sicure ed il popolo non sa provvedere, sorge una polizia che, per qualche servizio che rende, si fa sopportare e pagare, e s'impone e tiranneggia; se v'e bisogno di un prodotto, e la collettività non sa intendersi coi produttori lontani per farselo mandare in cambio di prodotti del paese, vien fuori il mercante che profitta del bisogno che hanno gli uni di vendere e gli altri di comprare, ed impone i prezzi che vuole ai produttori ed ai consumatori.

Vedete che cosa è sempre successo in mezzo a noi: meno siamo stati organizzati più ci siamo trovati alla discrezione di qualche individuo. Ed è naturale che così fosse.
Noi sentiamo il bisogno di stare in rapporto coi compagni delle altre località, di ricevere e di dare notizie, ma non possiamo ciascuno individualmente corrispondere con tutti i compagni. Se siamo organizzati, incarichiamo dei compagni di tenere la corrispondenza per conto nostro, li cambiamo se essi non ci soddisfano, e possiamo stare al corrente senza dipendere dalla buona grazia di qualcuno per avere una notizia; se invece siamo disorganizzati, vi sarà qualcuno che avrà i mezzi e la voglia di corrispondere e accentrerà nelle sue mani tutte le relazioni, comunicherà le notizie secondo che gli pare ed a chi gli pare, e, se ha attività ed intelligenza sufficienti, riuscirà a nostra insaputa a dare al movimento l'indirizzo che vuole senza che a noi, alla massa del partito, resti alcun mezzo di controllo, e senza che nessuno abbia il diritto di lagnarsi, poiché quell'individuo agisce per conto suo, senza mandato di alcuno e senza dover rendere conto ad alcuno del proprio operato.

Noi sentiamo il bisogno di avere un giornale. Se siamo organizzati potremo riunire i mezzi per fondarlo e farlo vivere, incaricare alcuni compagni di redigerlo, e controllarne l'indirizzo. I redattori del giornale gli daranno certamente, in modo più o meno spiccato, l'impronta della loro personalità, ma saranno sempre gente che noi abbiamo scelta e che possiamo cambiare se non ci accontenta. Se invece siamo disorganizzati, qualcuno che ha sufficiente spirito d'intrapresa farà il giornale per conto proprio: egli troverà in mezzo a noi i corrispondenti, i distributori, i sottoscrittori, e ci farà concorrere ai suoi fini senza che noi li sappiamo o vogliamo; e noi, come è spesso avvenuto, accetteremo o sosterremo quel giornale anche se non ci piace, anche se troviamo che è dannoso alla causa, perché saremo impotenti a farne uno che rappresenti meglio le nostre idee.
Cosicché l'organizzazione, lungi dal creare l'autorità, è il solo rimedio contro di essa ed il solo mezzo perché ciascun di noi si abitui a prender parte attiva e cosciente nel lavoro collettivo, e cessi di essere strumento passivo in mano dei capi.

Ché se poi non si fa nulla di nulla e tutti restano nell'inazione completa, allora certamente non vi saranno né capi né gregari, né comandanti né comandati, ma allora finiranno la propaganda, il partito, ed anche le discussioni intorno all'organizzazione . . . e questo, speriamo, non è l'ideale di nessuno.
Ma un'organizzazione, si dice, suppone l'obbligo di coordinare la propria azione e quella degli altri, quindi viola la libertà, inceppa l'iniziativa. A noi sembra che quello che veramente leva la libertà e rende impossibile l'iniziativa è l'isolamento che rende impotente. La libertà non è il diritto astratto, ma la possibilità di fare una cosa: questo è vero tra di noi, come è vero nella società generale. È nella cooperazione degli altri uomini che l'uomo trova i mezzi per esplicare la sua attività, la sua potenza d'iniziativa.

Certamente, organizzazione significa coordinazione di forze ad uno scopo comune ed obbligo negli organizzati di non fare cosa contraria allo scopo. Ma quando si tratta di organizzazioni volontarie, quando coloro che stanno nella stessa organizzazione hanno veramente lo stesso scopo e sono partigiani degli stessi mezzi, l'obbligo reciproco che impegna tutti riesce vantaggioso, per tutti; e se qualcuno rinunzia a qualche sua idea particolare in omaggio all'unione, ciò vuol dire che trova più vantaggioso rinunziare ad un'idea, che d'altronde da solo non potrebbe attuare, anziché privarsi della cooperazione degli altri nelle cose ch'egli crede di maggiore importanza.
Se poi un individuo trova che nessuna delle organizzazioni esistenti accetta le sue idee ed i suoi metodi in ciò che hanno di essenziale, e che in nessuna potrebbe esplicare la sua individualità come egli l'intende, allora farà bene a restarne fuori; ma allora, se non vuole rimanere inattivo ed impotente, deve cercare altri individui che pensano come lui e farsi iniziatore di una nuova organizzazione.

Un'altra obbiezione, ed è l'ultima di cui ci intratterremo, è che essendo organizzati siamo più esposti alle persecuzioni del governo.
A poi pare invece che quanto più si è uniti tanto più ci si può difendere efficacemente. Ed infatti ogni volta che le persecuzioni ci han sorpresi mentre eravamo disorganizzati ci hanno completamente sbaragliati ed hanno ridotto a nulla il nostro lavoro antecedente; mentre quando e dove eravamo organizzati ci hanno fatto più bene che male. Ed è lo stesso anche per quel che riguarda l'interesse personale dei singoli: basti l'esempio delle ultime persecuzioni che hanno colpito gl'isolati tanto quanto gli organizzati e forse anche più gravemente. Questo, s'intende, per quelli che, isolati o no, fanno almeno la propaganda individuale; che per quelli che non fanno nulla e tengono ben nascoste le loro convinzioni, certamente il pericolo è poco, ma è anche meno l'utilità che danno alla causa.

Il solo risultato, dal punto di vista delle persecuzioni, che si ottiene stando disorganizzati, si è di autorizzare il governo a negarci il diritto di associazione ed a rendere possibili quei mostruosi processi per associazione a delinquere, che esso non oserebbe fare contro gente che afferma altamente, pubblicamente, il diritto e il fatto di stare associata, o che, se il governo l'osasse, risulterebbero a scorno suo e a vantaggio della propaganda.
Del resto, è naturale che l'organizzazione prenda le forme che le circostanze consigliano ed impongono. L'importante non è tanto l'organizzazione formale, quanto lo spirito di organizzazione. Possono esservi dei casi in cui per l'imperversare della reazione, sia utile sospendere ogni corrispondenza, cessare da ogni riunione: sarà sempre un danno, ma se la voglia di essere organizzati sussiste, se resta vivo lo spirito di associazione, se il periodo antecedente di attività coordinata avrà moltiplicate le relazioni personali, prodotte solide amicizie e creato un vero accordo d'idee e di condotta tra i compagni, allora il lavoro degl'individui anche isolati concorrerà allo scopo comune, e presto si troverà modo di riunirsi di nuovo e riparare al danno subito.
Noi siamo come un esercito in guerra e possiamo, secondo il terreno e secondo le misure prese dal nemico, combattere in grandi masse o in ordine sparso: l'essenziale è che ci consideriamo sempre membri dello stesso esercito, che ubbidiamo tutti alle stesse idee direttive e siamo sempre pronti a riunirci in colonne compatte quando occorre e si può.

Tutto questo che abbiamo detto è per quei compagni che realmente sono avversari del principio di organizzazione. A quelli poi che combattono l'organizzazione solo perché non vogliono entrare, o non sono accettati, in una determinata organizzazione, e perché non simpatizzano con gli individui che ne fanno parte, noi diciamo: fate da voi, con quelli che sono d'accordo con voi, un'altra organizzazione. Noi ameremmo certo poter andare tutti d'accordo e riunire in un fascio potente tutte quante le forze dell'anarchismo; ma non crediamo nella solidità delle organizzazioni fatte a forza di concessioni e di sottintesi e dove non v'è tra i membri accordo e simpatia reali. Meglio disuniti che malamente uniti. Però vorremmo che ciascuno si unisse coi suoi amici e non vi fossero forze isolate, forze perdute.

 


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