Robert Michels

La tendenza delle masse alla venerazione dei capi

(1925)

 



Note

Questo è il capitolo quarto di un testo molto famoso in passato: La sociologia del partito politico. In esso Robert Michels mette in luce le tendenze oligarchiche dei partiti e movimenti rivoluzionari (socialisti, anarchici) e come essi ripropongano, al loro interno e tra i loro simpatizzanti, tutta una serie di caratteristiche, teoriche e pratiche, proprie delle istituzioni e organizzazioni (lo stato, la chiesa) a cui essi si oppongono.

 


 

L’antropologo inglese Frazer ha detto che a conservare l’ordine e l’autorità dello Stato concorrono m misura notevolissima le idee superstiziose delle masse, il che si noti, egli considera come un cattivo mezzo volto ad un buon fine. Fra tali idee superstiziose il Frazer rileva la credenza, frequente nel popolo, che i suoi dirigenti appartengano ad un ordine di uomini superiori a quello cui appartiene egli stesso [1].

La storia sociale degli ultimi cinquanta anni ci presenta un fenomeno simile. L'autorità che i dirigenti del partito hanno sulle masse del medesimo, poggia, oltre che sugli altri fattori da noi posti in luce, sul culto superstizioso largamente diffuso che suole tributarsi ai dirigenti per la loro superiore cultura formale, apprezzata di regola ben più che non la vera e profonda superiorità intellettuale e sostanziale.
Anche Pareto fa notare che le masse attuali presentano nei confronti dei loro dirigenti il medesimo bisogno di subordinazione delle classi basse nei confronti delle più alte che si verificava ai tempi dell'ancien régime [2].

Le masse possiedono una tendenza profonda al culto della personalità. Esse necessitano nel loro idealismo primitivo di divinità terrene, cui si legano di amore tanto più cieco quanto più fortemente sono oppressi dalla durezza della vita. Vi è qualcosa di vero in ciò che Bernard Shaw, nel suo stile paradossale, afferma quando definisce la democrazia un aggregato di idolatri nei confronti dell’aristocrazia che sarebbe un aggregato di idoli [3].

Certo si presenta anche il caso in cui la massa di un partito tratta il suo idolo come i negri il loro feticcio e lo bastona di santa ragione [4]. Ma ancor più spesso essa segue la psicologia del feticista anche in ciò, per cui, dopo averlo bastonato, di nuovo lo insedia quale feticcio.

In genere, l'adorazione dei militanti per i loro dirigenti rimane allo stato latente, rivelandosi con sintomi percepibili solo dagli osservatori più acuti, quali sono ad esempio il tono di venerazione con cui si pronuncia il nome dell'idolo, l'assoluta docilità con cui ogni sua parola viene ascoltata, l'indignazione con cui si respinge qualsiasi appunto mosso alla sua persona. Nella democrazia italiana, per lungo tempo il rimprovero «ha parlato male di Garibaldi» valse come il peggiore rimprovero di ordine morale che potesse venire fatto. Negli ambienti operai della Germania, spesso il nome di Bebel ha assunto lo stesso ruolo. Ma qualora si tratti di personalità affatto eccezionali o nei momenti di più viva eccitazione, il fervore latente esplode in rumoroso parossismo. I bollenti renani nell'anno 1864, accolsero Lassalle come un dio. Attraverso le strade erano tese ghirlande. Damigelle di onore facevano cadere su di lui una vera pioggia di fiori. Intere colonne di vetture seguivano la carrozza del « presidente ». Con un entusiasmo veramente sconfinato, addirittura incontrastato, le folle ascoltavano, tra scroscianti applausi, le allocuzioni per più versi gonfie, stravaganti e traboccanti del più bislacco ciarlatanismo, con cui il trionfatore sembrava volesse piuttosto sfidare la critica anzi che suscitare l'applauso. Poiché quella era davvero una marcia trionfale. Non mancava nulla: né gli archi di trionfo, né gli inni di saluto, né il solenne ricevimento delle deputazioni venute dai paesi vicini [5].

Lassalle era un ambizioso in grande stile, e, come Bismark ebbe più tardi a dire di lui, egli era incerto se il futuro impero tedesco dovesse far capo ad una dinastia Hohenzollern o ad una dinastia Lassalle [6]. Non deve meravigliare quindi se la fantasia di Lassalle venisse eccitata da avvenimenti come quelli da noi sopra descritti fino a tal punto che, non molto tempo dopo che essi si erano svolti, poté promettere alla sua fidanzata che un giorno, in qualità di presidente eletto della repubblica tedesca, avrebbe fatto il suo ingresso nella capitale in una carrozza tirata da sei cavalli bianchi [7].

Ai tempi in cui si organizzavano in Sicilia associazioni di braccianti agricoli, i così detti fasci (1872), uomini e donne avevano nei dirigenti del movimento una fiducia quasi soprannaturale. Fondendo, nella loro ingenuità, la questione sociale con gli usi religiosi, essi portavano spesso nei loro cortei il crocefisso accanto alla bandiera rossa e ai cartelli recanti sentenze di Marx.

Contadini e contadine andavano a prendere i loro dirigenti, per le conferenze, con musiche, fiaccole e lampioncini [8]. Molti, per salutarli, si gettavano a terra, ebbri di adorazione, proprio come in passato avevano fatto davanti ai loro vescovi [9].

Un giornalista borghese domandò una volta ad un vecchio contadino, aderente ad un fascio socialista, se i proletari non temessero che i giovani studenti o avvocati i quali, pur essendo borghesi, lavoravano per i fasci, non mirassero in fondo che a farsi eleggere da loro consiglieri comunali e deputati. « Essi sono angeli discesi dal cielo! » [10] fu la concisa ed eloquente risposta del contadino.

Si può convenire che non tutti i lavoratori avrebbero risposto a quella domanda alla stessa maniera e che il popolo siciliano si è sempre particolarmente distinto per il suo culto degli eroi. Come ogni iniziato sa, ancora oggi nell'Italia meridionale e, in parte anche in quella centrale, i dirigenti vengono circondati dalle masse di riti a fondo religioso. In Calabria, Enrico Ferri per un certo periodo fu adorato come un santo protettore contro la camorra. A Roma, dove è sempre viva nel popolo la tradizione delle forme classiche del paganesimo, quando egli, in segno di protesta contro la censura inflittagli dal presidente della Camera, vibrò il famoso pugno contro una finestra dell'aula per procurarsi l'ascolto, venne celebrato nella sala di una grande birreria a nome di tutti i « Quiriti proletari » come « il più grande fra i grandi » (1901) [11].

Il fatto che un tale comportamento della massa non sia circoscritto solo a paesi «arretrati» né possa quindi considerarsi senz'altro come un residuo atavico della psicologia primitiva è dimostrato da esempi tratti da altri paesi In Olanda, nel 1886, l'on. Ferdinand Domela Nieuwenhuis, di ritorno dalla prigione, come egli stesso ci racconta, ebbe dal popolo pubblici onori come mai li ottenne un sovrano, e le sale dove tenne comizi erano trasformate in vere serre di fiori [12].
È nota l'idolatria di cui è fatta oggetto la persona del profeta marxista Jules Guesde nel dipartimento del Nord, e cioè nella regione della Francia, dove l'industrialismo capitalistico è più progredito. Anche nei distretti operai dell'Inghilterra avviene ancora al giorno d'oggi che le masse facciano ai loro dirigenti politici accoglienze che ricordano i tempi di Lassalle [13].

Ecco un esempio della esaltazione di massa in tempi di guerra. Karl Liebknecht ritornava a Berlino dal carcere: «Nessun monarca ha mai trovato in Berlino una accoglienza tanto entusiasta da parte di una folla imponente come egli trovò al suo arrivo alla stazione di Anhalt » [14].

Spesso i partiti democratici e socialisti si identificano a tal punto con il leader che ne prendono il nome come se fossero cosa che gli appartiene; così abbiamo nel sessanta e all’inizio del settanta, in Germania, Lassalliani e Marxisti, o, nella Francia socialista ancor fino ai tempi moderni, i partiti dei Broussisti, Allemaniani, Blanquisti, Guesdiani  e Jauresiani. Qui l'analogia coll'ordine monastico e la setta religiosa è evidente. A ragione notava una volta Yves Guyot, che il membro di un partito moderno non agisce diversamente dai monaci medievali i quali, fedeli all'insegnamento del loro maestro, si imponevano il nome secondo S. Domenico, S. Benedetto, S. Agostino, S. Francesco [15].

Il fatto che queste designazioni personali vadano oggi in parte scomparendo o in parte, come in Germania, siano già scomparse, deve essere da un lato attribuito al carattere esterno di organizzazione di grandi masse, che i progressi in campo elettorale hanno conferito al partito, dall'altro all'oligarchia che esiste in questo e soprattutto alla gelosia reciproca di un certo numero di dirigenti, subentrata alla dittatura di uno solo, oltre che, infine, alla mancanza di spiccate personalità individuali [16].

Il culto dei leaders sopravvive alla loro morte. I più grandi fra essi vengono addirittura detti santi. Il culto alla memoria di Lassalle e alla lettera del suo programma, che non solo fu tributato dalla fazione della contessa Hatzfeld, bensì anche dalla « linea maschile» di J. B. von Schweitzer, appartiene ai fatti più elementari della storia del moderno movimento operaio. Lo zelo fanatico ancor oggi riscontrabile nella difesa di Marx da parte di certi
marxisti mostra una foga imparentata con questa idolatria. Come un tempo si davano ai neonati cristiani i nomi dei grandi fondatori della nuova religione, S. Pietro e S. Paolo, così attualmente, in certe parti dell'Italia centrale, dove il partito socialista ha fatto il suo ingresso, i genitori socialisti chiamano Lassallo e Marxina i loro piccoli. L'imposizione dei grandi nomi dei dirigenti estinti alla propria figliolanza è quasi un distintivo della nuova fede, che spesso si fa orgogliosamente trionfare, a prezzo di amarezze, contro parenti astiosi o contro ufficiali di stato civile riluttanti ed anche a prezzo di gravi danni economici, come la perdita dell'impiego e cosi via.

Talvolta, è segno di quello snobismo esibizionistico che infesta gli stessi circoli operai, più sovente è l'espressione esteriore di un profondo e sentito idealismo [17], comunque è sempre una prova del culto che le masse tributano ai leaders, culto che va oltre i limiti della devozione, che sarebbe di per sé perfettamente naturale nei riguardi di persone che hanno reso al partito servizi indimenticabili.

Qualche volta questo culto si combina con intenti di speculazione: valgano come esempio, i « liquori Carlo Marx » ed i « bottoni Carlo Marx », che soprattutto in America in Italia e nei paesi jugoslavi, vengono offerti da abili commercianti nelle inserzioni dei giornali socialisti, come anche in occasione di feste e di riunioni operaie [18].
Il fatto che speculazioni di tal genere fruttino effettivamente a chi le pratica degli utili considerevoli, getta una viva luce sulla psicologia del proletariato.

Nella imposizione del nome di un leader famoso ai neonati dei suoi seguaci si può ravvisare una rassomiglianza con le antiche tradizioni religiose. Così, già all'inizio del secolo, avveniva in Italia, nei circoli dei lavoratori e dei muratori, il cosiddetto battesimo socialista [19].

Là dove il socialismo ha assunto il tono di religione di Stato, attraverso la conquista del potere, come in Russia, vengono compiuti questi conferimenti di nome e battesimi con tutta la pompa immaginabile. A causa del bisogno che le masse hanno di fasto e di festività alle consuete scadenze, i bolscevichi cercano di surrogare i costumi religiosi mediante le festività comuniste, allestendo in luogo di Natali e Pasque, cortei e rappresentazioni che profanano la religione cristiana, e devono ripristinare il culto pieno di fasto della antica Russia pagana, il culto di Perun. I rossi credono di possedere un'arma capitale nel rito del giovane iniziato, che fu instaurato in occasione del sesto anniversario dell'esistenza della repubblica sovietica, in diverse città della Russia. Così informa per esempio il giornale moscovita « Izvestia » [20] di un battesimo rosso a Ischewsk, in cui la culla di un neonato fu illuminata da una rossa stella sovietica:
«Il teatro è trabocchevole. Sono presenti circa mille persone. Uomini e donne, giovani e vecchi riempiono la sala. Nel corridoio, sulla scala e nella strada si stipa una folla di curiosi che non ha trovato posto in teatro. Nel teatro sta per compiersi un atto straordinario: il primo battesimo secondo il rito del giovane iniziato. Siede al tavolo, vestito a festa, il padre del bambino, un lavoratore della prima fabbrica di stoffe in Mosca, il compagno Soldatov ed accanto a lui sua moglie con il bambino in braccio. Attorno al tavolo siedono in semicerchio gli attivisti del partito comunista locale, giovani, il presidio del comitato di fabbrica, ospiti del comitato moscovita dei "Senza dio" (un giornale ateo) e rappresentanti della organizzazione del lavoro.

Il presidente apre solennemente la seduta: "Compagni! Oggi ha luogo un atto straordinario, un battesimo secondo il rito del giovane iniziato. E ci deve rendere più lieti il fatto che il padre e la madre del bambino, che sono gente senza partito, hanno riconosciuto la frode totale della religione".
La madre col bambino in braccio dichiara: - "Compagni! Per mille anni le nostre teste sono state ottenebrate. Io ho meditato a lungo su questo problema, ho scoperto che menzogna è la religione ed ho deciso di liberarmi dal pregiudizio, perciò consegno per l'educazione mio figlio al gruppo locale dei comunisti". - Applausi risuonano nella sala. La madre consegna il bambino al segretario del partito comunista locale. "Io prendo il bambino in consegna - dice questo - lo munisco del segno che simboleggia la rivoluzione proletaria e gli do il nome di Ottobre Rosso". (Seguono allocuzioni dei diversi rappresentanti comunisti). Quindi ha inizio un concerto cui assistono tutte le organizzazioni del lavoro ».

A Rostow sul Don furono battezzati bambini col nome di «Marx» e «Lavoro ». Si pensa di sostituire col passare del tempo i vecchi nomi «borghesi », con nomi « proletari ». Immaginando che vadano mutati in senso rivoluzionario anche i cognomi, in un tempo non troppo lontano, lo straniero che andrà a Mosca leggerà nei rossi uffici di stato civile: «Lavoro Uomo-Socialista e Ottobrina Morte-al-Borghese, si sono promessi in matrimonio ».

Il bisogno di culto è spesso l'unico rocher de bronce che sopravvive a tutti i mutamenti avvenuti nelle opinioni delle masse. Gli operai industriali di Sassonia, negli ultimi decenni, sono diventati, da pii protestanti, social-democratici. Una radicale revisione di tutti i loro valori non può non avere fatto seguito a questa evoluzione. Ma sta di fatto che essi hanno eliminato dall'angolo migliore della loro camera l'immagine tradizionale di Lutero solo per sostituirla con quella di Bebel. Nell'Emilia, dove i contadini hanno percorso una evoluzione analoga, l’oleografia della santissima Vergine ha semplicemente fatto luogo a quella dell’on. Prampolini, e nell’Italia meridionale, alla fede nell'annuale miracolo della liquefazione del sangue di S. Gennaro non ha fatto che subentrare la fede nella forza sovrumana del «flagellatore della camorra », Enrico Ferri.

In mezzo alle rovine della cultura tradizionale delle masse è rimasta in piedi, intatta, la stele trionfale del bisogno di religione. Le masse si comportano spesso nei confronti dei loro dirigenti come quello scultore dell'antica Grecia che, avendo modellato un Giove Tonante, cadde in ginocchio prostrato davanti alla propria opera. È assai facile che l'adorazione provochi, in chi se ne vede fatto oggetto, la megalomania [21]. La smisurata vanità, non scevra talvolta di spunti ridicoli che riscontriamo così spesso nei leaders delle masse moderne, ha la sua origine, oltre che nella personalità stessa dei self made men, nel costante entusiasmo che essi trovano nella massa. Ma tale presunzione, esercitando un potere suggestivo, torna a sua volta a reagire sulle masse, in cui suscita vieppiù l'ammirazione per i capi, costituendo così un nuovo elemento per la loro supremazia.

 


 

Note

[1] James G. Frazer, Psyche's Task, New York-London, 1909, p. 56.

[2] Vilfredo Pareto, Trattato di sociologia generale, Firenze, vol. II, p. 348.

[3] Bernard Shaw, The Revolutionist's Handbook, in Man and Superman, London, 1911, p. 227.

[4] August Miiller, in «Annalen für soziale Politik und Gesetz.gebung », 1, 1912, p. 613.

[5] Si veda la premessa (costituita dai resoconti dei giornali dell'epoca) al discorso di Lassalle tenuto a Ronsdorf 11 22 maggio 1864, in Ferdinand Lassalles Gesamtwerke, edite da Erich Blum, Leipzig, vol. II, p. 301.

[6] Nel suo discorso al Reichstag del 17 settembre 1878 (Fürst Bismarks Reden, a cura di Philip Stein, Leipzig, vol. VII, p. 85).

[7] Helene v. Racowitza, Meine Beziehungen zu Ferdinand Lassalle, Breslau, 1879, terza edizione, p. 84.

[8] Adolfo Rossi, Die Bewegung in Sizilien, Stuttgart, 1894, p. 35.

[9] Ibid., p. 8.

[10] lbid., p. 34. Ancora molti anni più tardi De Felice era venerato come un semidio, specialmente a Catania, dove egli aveva svolto come sindaco socialista una attività estremamente multiforme. (cfr. Gisela Michels-Lindner, Geschichte der modernen Gemeindebetribe in Italien, Leipzig, 1909, pp. 77 seg.).

[11] Enrico Ferri, La questione meridionale, Roma, 1902, p. 4.

[12] Domela Nieuwenbuis, Van Christen tot Anarchist. Gedenkschriften, Amsterdam, 1911, p. 198; vedi anche O. J. Troelstra, De Wording der S.D.A.P., in Naar Tien Jaar 1894 bis 1904, Amsterdam, 1904, p. 9.

[13] Cfr. per esempio la relazione di H. H. Hyndman sul suo viaggio di agitazione a Burnley, in «Justice ». 1910, n. 1355.

[14] Karl Kautsky su un libro di Radek, in «Der Kampf », 15, 1921, p. 303.

[15] Yves Guyot, La comédie socialiste, Paris, 1897, p. 111.

[16] Secondo Sombart, nella socialdemocrazia si è perso in qualità con la quantità. Egli dice: «Essa deve mettere le persone ingegnose in condizione di non nuocere e porre come abili routiniers al loro posto. Che cosa farebbe oggi Marx alla redazione della «Die Neue Zeit» e dei «Sozialistische Monatshefte»), cosa farebbe Lassalle al Reichstag?» (Werner Sombart, Die deutsche Volkwirtchaft in 19 Jahrhundert, cit., p. 528).

[17] Cfr. l'articolo di Savino Varazzani, Una famiglia socialista e Reo di leso-socialismo, in «Avanti della Domenica», 2, 1904, pp. 67-68.

[18] Robert Michels, Storia del marxismo in Italia, Roma, 1910, pp. 148 seg.

[19] Ivanoe Bonomi e Carlo Vezzani, Il movimento proletario nel Mantovano, Milano, 1901, p. 52.

[20] 25 ottobre 1923, n. 270, pubblicato nelle «Basler Nachrichten), del 15 dicembre 1923, n. 586.

[21] George Sand notò con molta finezza: « J'ai travaillé toute ma vie à être modeste. Je déclare que je ne voudrais pas vivre quinze jours entouré de quinze personnes persuadées que je ne peux pas me tromper. J'arriverais peut-être à me le persuader à moi-même. » (G. Sand, Journal d'un voyageur pendant la guerre, Paris, 1871, pp. 216-217).

 


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