Roderick T. Long

Per la proprietà pubblica

(1998)

 



Note

Una difesa molto chiara della proprietà pubblica che non significa proprietà statale come vorrebbero farci credere i socialisti intenti a promuovere il loro potere e i liberali volti a promuovere i loro interessi.

La tesi principale dell'autore è che una società in cui tutta la proprietà è privata può essere oppressiva come una in cui tutta la proprietà è pubblica. Invece "un sistema che permette una rete di spazi privati e di spazi pubblici in concorrenza tra di loro offre le opportunità più grandi per uno sviluppo della libertà personale."

 


 

Pubblico o Privato?
I diritti naturali a sostegno della proprietà privata
Come i Diritti Naturali sostengono anche la Proprietà Pubblica
La tesi dell'autonomia a sostegno della proprietà privata
Come l'autonomia sostiene anche la proprietà pubblica
La tesi dei beni a consumo esclusivo come sostegno della proprietà privata
Come la tesi dei beni a consumo esclusivo sostiene anche la proprietà pubblica
Prima obiezione: la coerenza della proprietà pubblica
Seconda obiezione: amministrare la proprietà pubblica
Terza obiezione: responsabilità e proprietà pubblica
Quarta obiezione: reversibilità della proprietà pubblica

Riferimenti

 


 

Pubblico o Privato? (^)

I Libertari spesso danno per scontato che una società libera sarà quella in cui tutte (o quasi tutte) le proprietà sono private. Già in precedenza ho espresso il mio dissenso da questa visione che raccoglie parecchio consenso, sostenendo che i principi libertari forniscono un supporto a un ruolo sostanziale esercitato dalla proprietà pubblica. (vedi: In difesa dello spazio pubblico, 1966). In questo articolo sviluppo ulteriormente questa posizione eretica.

Chiariamo innanzitutto ancora una volta che tipo di proprietà pubblica io difendo. Per molte persone, “proprietà pubblica” significa “proprietà statale”, in quanto si fa affidamento alla credenza (non molto fondata) che lo stato dispone della proprietà a vantaggio del pubblico, e amministra tale proprietà avendo riguardo all'interesse pubblico. In quanto anarchico, io non ritengo lo stato una istituzione legittima, e per questo non invoco alcuna proprietà statale, di alcun genere.
Ma questo non è il solo tipo di proprietà pubblica, come ho già sottolineato nel mio articolo precedente.

“Nel corso della storia, la dottrina giuridica ha riconosciuto, accanto alla proprietà nelle mani di un pubblico organizzato (e cioè, il pubblico sotto uno stato e rappresentato da personale governativo), un'altra categoria di proprietà che appartiene ad un pubblico non-organizzato. Questa era la proprietà a cui il pubblico, nel suo complesso, aveva diritto di accesso, ma senza presumere che lo stato ne sarebbe risultato coinvolto in alcun modo.”

È questa proprietà pubblica, avente questo significato, che io difendo.

Ad ogni modo, voglio sottolineare il fatto che, difendere la proprietà pubblica non significa, per quanto mi riguarda, criticare la proprietà privata. Quello che io sostengo è che, proprio le caratteristiche che attribuiscono un certo valore alla proprietà privata sono anche promosse, in certi contesti, dalla proprietà pubblica. Ne consegue che, per gli stessi motivi, anche la proprietà pubblica ha un certo valore.

Innanzitutto, esaminerò tre tesi comuni ai libertari favorevoli alla proprietà privata, e cercherò di mostrare che ognuna di queste tesi fornisce un supporto anche alla proprietà pubblica. In secondo luogo, affronterò varie obiezioni incontrate in passato nei riguardi della mia posizione, e cercherò di rispondere ad esse.

 

I diritti naturali a sostegno della proprietà privata (^)

La tesi standard dei libertari a difesa della proprietà sulla base dei diritti naturali risale a John Locke e al suo Second Treatise of Government. Essa poggia su due presupposti di base: una esigenza normativa su come trattare gli altri, e una esigenza descrittiva riguardo ai limiti della persona.

L'esigenza normativa possiamo chiamarla il Principio del Rispetto. Questo principio afferma che è moralmente sbagliato assoggettare gli altri ai propri fini contro la loro volontà, se non come risposta ad una aggressione esterna. (Non vi è unanimità riguardo alle verità morali che, qualora esistano, sostengono questo principio, ma ciò va al di là della presente trattazione).

L'esigenza descrittiva possiamo chiamarla Principio di Incorporazione. Esso afferma che, tutte le volte che “mescolo il mio lavoro” con un oggetto esterno – e cioè lo modifico per farlo uno strumento dei miei progetti in divenire – quell'oggetto diventa parte di me. La giustificazione alla base di questo principio è che si chiarisce perché la materia di cui sono composto è parte integrante di me. Dopotutto, uo non sono nato con essa, già del tutto formato. Gli organismi viventi esistono attraverso un ricambio costante della materia. La differenza tra una mela che io mangio (e la cui materia diventa parte della mia composizione cellulare) e un pezzo di legno su cui faccio delle incisioni per ricavarne una freccia (e che diventa una estensione esterna della mia mano) è solo una questione di grado. [1]

Quando associamo il Principio del Rispetto con il Principio di Incorporazione ne ricaviamo come risultato il fatto che è ingiusto appropriarsi di ciò che altri hanno prodotto. Infatti, se la freccia è parte di te, allora io non posso utilizzare la freccia per i miei fini senza assoggettare anche te ai miei fini. Nelle parole dei libertari francesi del secolo diciannovesimo, Leon Wolowski e Émile Levasseur:

“Il produttore ha lasciato un frammento della propria persona nell'oggetto che ha quindi assunto un certo valore, e può ragionevolmente essere considerato come un prolungamento delle facoltà dell'individuo che agisce sulla natura esterna. In quanto essere umano libero, egli appartiene a sé stesso. Ora, la causa, vale a dire la forza produttiva, consiste in lui stesso; l'effetto, e cioè la ricchezza prodotta, è ancora lui. … La proprietà, resa manifesta attraverso il lavoro, partecipa nei diritti della persona di cui è emanazione. Anch'essa, come la persona, è inviolabile nella misura in cui non si allarga fino al punto da entrare in collisione con i diritti altrui … [2]

Il Principio di Incorporazione trasforma il Principio del Rispetto da un semplice diritto alla sicurezza personale in un diritto generale alla proprietà privata.

 

Come i Diritti Naturali sostengono anche la Proprietà Pubblica (^)

Questa tesi di John Locke, a giustificazione della proprietà privata, può arrivare a sostenere anche la realtà della proprietà pubblica. Coloro che aderiscono al pensiero di Locke affermano che gli individui dispongono di un diritto di proprietà sul prodotto del loro lavoro (a patto che non invadano gli altrui diritti nel processo di produrre quei beni). Essi affermano anche che gli individui hanno un diritto di proprietà riguardo a tutti quei beni che ricevono per trasferimento volontario dai loro legittimi proprietari (dal momento che negare un tale diritto significherebbe interferire con la facoltà del donatore di disporre a suo piacimento dei suoi beni). Ma il pubblico nel suo complesso può acquisire diritti di proprietà in entrambi questi modi. Per citare ancora una volta il mio articolo In difesa dello spazio pubblico:

“Immaginiamo un villaggio vicino a un lago. È abitudine degli abitanti del villaggio recarsi a piedi al lago per pescare. Nei primi tempi della comunità è difficoltoso raggiungere il lago a causa della sterpaglia e dei rami caduti che ostruiscono il passaggio. Ma, col passare del tempo, si forma un sentiero eliminando gli arbusti e aprendo un cammino. Questo avviene non attraverso uno sforzo coordinato dal centro, ma semplicemente come risultato dell’azione degli individui che fanno quel percorso giorno dopo giorno.

Il sentiero che si forma è il prodotto del lavoro - non di un individuo specifico, ma di tanti individui assieme. Se un abitante del villaggio decidesse di approfittare del cammino che si è venuto formando installando un cancello e pretendendo un pagamento per consentire il passaggio, egli violerebbe la proprietà collettiva che gli abitanti del villaggio si sono guadagnati.
La proprietà pubblica può essere anche il prodotto di un dono. Nell’Inghilterra del diciannovesimo secolo era pratica comune che le strade fossero costruite da privati e poi donate al pubblico perché se ne servisse liberamente. Questo avveniva non per altruismo ma per il fatto che colui che costruiva la strada possedeva il terreno e svolgeva le sue attività economiche là dove era sorta la nuova strada e sapeva che, con la costruzione della strada, il valore dei terreni si sarebbe accresciuto.”

Dal momento che le collettività, come gli individui, possono mescolare il loro lavoro con delle risorse che non appartengono a qualcuno, al fine di rendere tali risorse più utili per bisogni collettivi, anch'esse possono reclamare diritti di proprietà a seguito di una produzione diretta. E poiché le collettività, come gli individui, possono essere i beneficiari di trasferimenti liberi volontari, anch'esse possono pretendere di possedere beni per lascito.

Vi è una differenza importante tra produzione diretta e lascito. Nel caso della produzione diretta, presumibilmente non è la razza umana nel suo complesso ma solo gli abitanti del villaggio che acquisiscono un diritto di proprietà collettiva sul sentiero che si è venuto a formare. Sarebbe infatti difficile per l'umanità tutta, o anche per una parte sostanziale di essa, mescolare il proprio lavoro con una risorsa; per questo la tesi della produzione diretta pone un limite alle dimensioni delle proprietà che una collettività può possedere. Ma non sembra che vi sia un limite analogo per quanto riguarda le collettività a cui far godere liberamente la proprietà; tale godimento potrebbe riguardare l'intera razza umana.

Ho sostenuto che Locke non afferma che la proprietà privata sia la sola opzione giustificabile, ma assegna un ruolo anche alla proprietà pubblica. Va anche sottolineato che, in almeno un caso, Locke nega decisamente che ci possa essere una proprietà privata, e ciò nel caso della proprietà intellettuale.

Questo fatto non è sempre riconosciuto dai simpatizzanti delle tesi di Locke. Ma, consideriamo questa situazione: si supponga che Proprius, un difensore delle leggi protezioniste, invocasse le tesi di Locke affermando: “Di certo la proprietà privata è una bella cosa, non è vero? Quindi la commercializzazione di un certo utensile dovrebbe essere di mia proprietà; a nessuno dovrebbe essere permesso di entrare nel mio territorio commerciale senza il mio permesso. Chiedo quindi un monopolio garantito a me dal governo per quanto riguarda la produzione di tale utensile.”
Nessun simpatizzante delle idee di Locke prenderebbe sul serio questa affermazione, in quanto un mercato consiste nelle interazioni che si sviluppano liberamente tra individui – per cui Proprius non può avere la proprietà di un mercato senza possedere anche le persone; e la proprietà delle persone è vietata dal Principio del Rispetto.

Supponiamo però che Proprius, il nostro speranzoso monopolista, sia anche l'inventore dell'utensile. La sua richiesta di un controllo esclusivo del mercato è adesso giustificata? Molti simpatizzanti del pensiero di Locke sembrerebbero pensare di sì, in quanto noi abbiamo il diritto di controllare ciò che viene prodotto dal nostro lavoro, e se il prodotto del lavoro di Proprius è l'idea di un certo utensile, allora nessuno dovrebbe essere messo in grado di utilizzare o impiegare quell'idea senza il permesso di Proprius.

Ma Locke non sostiene che noi possediamo qualsiasi cosa che risulta dal mescolare il nostro lavoro; la nostra proprietà riguarda risorse non precedentemente possedute da qualcuno e nei confronti delle quali applichiamo il nostro lavoro. Arare un campo non dà come risultato nel fatto che il campo diventi di mia proprietà se esso appartiene ad altri. Allo stesso modo, il fatto che il mio lavoro dia origine all'idea di un certo utensile nella tua mente può significare che, in un certo senso, io ho mescolato il mio lavoro con la tua mente; ma è stata la tua mente a produrre il risultato per cui tu, e non io, risulti essere il legittimo proprietario di qualsiasi miglioramento io apporti al prodotto. (Per una discussione più approfondita si veda il mio The Libertarian Case Against Intellectual Property Rights, Formulations, Vol. III, No. 1, Autunno 1995).

 

La tesi dell'autonomia a sostegno della proprietà privata (^)

Una tesi libertaria un po' differente a sostegno della proprietà privata incentra l'attenzione sul bisogno di autonomia proprio dell'essere umano: l'abilità di essere in controllo della propria vita, senza che altri interferiscano. In assenza di proprietà privata non ho alcun luogo dove stare e di cui dire che è mio. Non ho alcuna sfera protetta all'interno della quale prendere le mie decisioni, senza essere impedito dal volere di altri. Se l'autonomia (intesa in questo senso) ha valore, allora abbiamo bisogno della proprietà privata per la sua realizzazione e protezione.

 

Come l'autonomia sostiene anche la proprietà pubblica (^)

È vero che la proprietà privata fornisce una sfera protetta per prendere decisioni in tutta libertà. Ma quale è la posizione di coloro che non godono di alcuna proprietà (in particolare coloro che non sono proprietari di terra)? Un sistema basato unicamente sulla proprietà privata di certo non garantisce loro “un posto su cui poggiare.” Se sono cacciato da un pezzo di terra chiamato A, dove posso andare se non sconfinare nel pezzo di terra confinante chiamato B, anch'esso di proprietà privata, e questo in mancanza di strade pubbliche o di spazi liberi che connettono i vari spazi privati. Se dovunque io poggi i miei piedi rappresenta un luogo in cui non ho alcun diritto di stare senza qualche permesso, allora appare proprio che io esista solo per via della sopportazione dei “Padroni della Terra.” (come ha detto Herbert Spencer in una frase memorabile).

Lungi dal fornire una sfera di indipendenza, una società in cui tutta la proprietà è privata è una società in cui coloro che ne sono privi dipendono completamente da coloro che posseggono una qualche proprietà. Ciò mi appare come una situazione grave, considerato che gli essere umani tendono ad abusare del potere quando essi ne hanno la facoltà. [3]

Si potrebbe sostenere, per controbattere ciò, che una società libertaria sarà così prospera che coloro che non sono proprietari di alcun pezzo di terra avranno facilmente risorse sufficienti o per acquistare della terra o per garantirsi un trattamento a loro favorevole da parte degli attuali proprietari terrieri. Ciò è abbastanza vero se la società rimane, nel lungo periodo, una società profondamente libertaria. Ma, nel breve periodo, mentre coloro che sono privi di proprietà si battono per migliorare la loro condizione, i proprietari terrieri potrebbero essere in grado di sfruttarli in modo tale da trasformare la società in qualcosa di altro rispetto ad una nazione libera.

 

La tesi dei beni a consumo esclusivo come sostegno della proprietà privata (^)

Per molti libertari, il motivo più importante a favore della proprietà privata consiste in ciò che Garret Hardin ha chiamato “la tragedia dei beni comuni” (anche se l'idea di base risale ad Aristotele). La maggior parte delle risorse hanno la caratteristica di essere beni a consumo esclusivo – vale a dire che l'uso della risorsa da parte di una persona ne diminuisce l'ammontare o il valore a disposizione delle altre persone. Se una risorsa a consumo esclusivo è anche di proprietà pubblica, il che significa che nessun membro del pubblico può essere escluso dall'utilizzarla, non ci saranno incentivi a conservarla o migliorarla (perché preoccuparsi di seminare quando altri possono liberamente raccogliere?). La risorsa sarà quindi sfruttata al massimo e presto esaurita dal momento che l'impossibilità di escludere altri utenti rende rischioso posporre il consumo (perché preoccuparsi di risparmiare quello che altri possono spendere liberamente?). Ne segue da ciò che la proprietà privata è necessaria per prevenire l'esaurimento delle risorse.

 

Come la tesi dei beni a consumo esclusivo sostiene anche la proprietà pubblica (^)

La tesi riguardante i beni a consumo esclusivo è abbastanza esatta, fino a un certo punto. Ma, fino a che punto?

Innanzitutto, mettiamo in chiaro che la tesi si applica solo a beni che sono a consumo esclusivo. Per cui, non si applica alla proprietà intellettuale; il mio utilizzo dell'idea di un utensile non la rende meno disponibile per altri. E non diminuisce nemmeno il valore degli utensili che appartengono ad altri. Al contrario, più utensili vi sono, più impieghi è probabile che siano scoperti o promossi, per cui aumenta il valore di ogni utensile. Le idee sono di proprietà pubblica nel senso che nessuno può essere legittimamente escluso dal loro impiego.

Un altro esempio di un bene che non è, sostanzialmente, a consumo esclusivo, è Internet. Dico sostanzialmente perché Internet ha una base fisica che, sebbene si espanda costantemente, è finita ad ogni dato momento, e una crescita degli utilizzatori può causare ritardi per tutti. Ma questo effetto di bene esclusivo è contrastato da un effetto opposto: il valore di Internet per qualsiasi utente si accresce nella misura in cui aumenta il volume dell'informazione disponibile, il numero dei potenziali interlocutori, ecc. Per cui, considerando il tutto, utenti aggiuntivi, aumentano il valore del bene nel suo complesso.

Si potrebbe sostenere che questo effetto, più utenti – più valore, si ha solo con beni che sono interamente o largamente non-materiali, ma non si potrebbe mai applicare a risorse più tangibili come la terra. Tuttavia, come mostrato da Carol Rose e David Schmidtz [4], sebbene qualsiasi risorsa fisica sia limitata, per cui mostra un qualche aspetto della tragedia-dei-beni-comuni, molte risorse hanno anche aspetti definibili come la “commedia-dei-beni-comuni” e, in taluni casi, questi ultimi possono prevalere rispetto ai primi, rendendo la proprietà pubblica più efficiente della proprietà privata.

Ad esempio (prendendo e adattando uno degli esempi offerti da Carol Rose), immaginiamo che una pubblica fiera è una commedia-dei-beni-comuni; più persone partecipano alla fiera, migliore è l'esito della fiera stessa (almeno, entro certi limiti). Prendiamo in esame due fiere, una che si tiene su un terreno di proprietà privata e l'altra su un terreno di proprietà pubblica. Il proprietario privato ha l'interesse a escludere tutti i partecipanti che non pagano l'ingresso, per cui la fiera perde tutti coloro che non si possono permettere tale esborso (in questo esempio assumo che la finalità della fiera sia principalmente di tipo sociale piuttosto che commerciale, di modo che le persone con ridotta disponibilità di denaro contribuirebbero al successo della fiera come le persone danarose). La fiera che si tiene sul terreno pubblico godrebbe quindi di un successo maggiore.

Eppure, si potrebbe obiettare che, nella misura in cui la commedia-dei-beni-comuni ha degli aspetti della tragedia-dei-beni-comuni, la risorsa sarà consumata fino all'osso e quindi i benefici della commedia-dei-beni-comuni andranno comunque persi. E con ciò si assume che la privatizzazione dei beni è l'unico mezzo per prevenire lo sfruttamento eccessivo. Tuttavia, la maggior parte delle società nel corso della storia hanno avuto degli spazi comuni i cui gli utilizzatori hanno limitato, con successo, attraverso usi e costumi, la pressione di un uso eccessivo.

 

Prima obiezione: la coerenza della proprietà pubblica (^)

Una obiezione comune da parte dei libertari alla proprietà pubblica – e in particolare alla proprietà pubblica della terra – è che l'idea nel suo complesso non è sensata: una risorsa non può essere posseduta collettivamente a meno che ogni parte di quella risorsa possa essere utilizzata simultaneamente da tutti i membri della collettività. Questa obiezione è stata formulata con vigore da Isabel Paterson:

“Due corpi non possono occupare lo stesso posto al tempo stesso. … Dieci uomini possono parimente essere proprietari legali di un campo, ma nessuno di loro può ricavarne alcun frutto a meno che l'occupazione e l'uso del campo non sia ripartito tra di loro nel tempo e nello spazio. … Se tutte le dieci persone volessero fare la stessa cosa nello stesso momento e nello stesso luogo, ciò sarebbe fisicamente impossibile … La proprietà di gruppo sfocia necessariamente nella gestione da parte di un individuo ...” [5]

Isabel Paterson fornisce tuttavia la seguente precisazione alla sua affermazione che la proprietà pubblica è intrinsecamente impossibile:

“È possibile – senza entrare nel merito se sia necessario o consigliabile – rendere le strade di proprietà pubblica perché una strada serve per l'attraversamento. Sebbene l'utilizzatore occupi di fatto un determinato spazio ad un determinato momento, il tempo di occupazione è trascurabile, di modo che non è necessario rivolgere la propria attenzione ai fattori di tempo e di spazio eccetto che per vietare che una persona alla guida di un veicolo si fermi in un determinato punto della strada per un tempo indefinito. La stessa regola si applica ai giardini e agli edifici pubblici. Questa disposizione è praticabile adeguatamente sulla base di tali condizioni, di modo che la finzione della 'proprietà pubblica' è accettabile. A dire il vero, anche per quanto riguarda l'uso di una strada, se troppe persone del pubblico cercano di percorrere una certa strada tutti assieme allo stesso tempo, la regola che si applica è che il primo della fila è il primo a muoversi (assegnazione di ruoli nel tempo e nello spazio), oppure le autorità possono chiudere la strada a nuovi accessi. Il pubblico non ha il diritto di base della proprietà che consiste nell'occupazione continua e definitiva. … La proprietà pubblica quindi ammette l'uso solo del pubblico in transito, e non per la produzione, lo scambio, il consumo, o per un riparo permanente.” [6]

Si noti che qui Paterson indica tre modi in cui la proprietà pubblica può essere fattibile. Nel primo caso, può essere che non ci sono abbastanza persone che competono per l'uso della stessa porzione di proprietà e quindi non vi sono motivi di conflitto. Paterson ritiene che questo accada solo nei casi in cui l'occupazione di un dato luogo da parte di qualcuno è di durata minima. Chiaramente lo stesso risultato può essere conseguito quando il volume totale degli utenti è abbastanza basso, e la risorsa è abbastanza omogenea, per cui una occupazione più lunga di una qualche porzione di essa non reca inconvenienti ad alcuno.

Nel secondo e terzo caso, quando gli usi diventano esclusivi, Paterson offre due diverse possibili soluzioni. Una soluzione consiste nell'esigere un avvicendamento frequente, in modo tale da non permettere a qualcuno di monopolizzare una qualche parte della risorsa oltre un determinato periodo; l'altra soluzione consiste nel mettere in atto la regola del 'primo arrivato, primo servito' intendendo con ciò che coloro che occupano certe porzioni della proprietà possono stare lì ed escludere i nuovi venuti. Paterson ritiene che entrambe queste possibilità cancellano la natura genuinamente pubblica della proprietà. Ma è davvero così?

Secondo Paterson, l'avvicendamento continuo elimina la caratteristica di proprietà pubblica perché manca “il diritto essenziale connaturato alla proprietà che consiste nella sua occupazione continua e permanente.” Ma è questo vero? Se nessun singolo membro del pubblico gode del “diritto essenziale connaturato alla proprietà che consiste nella sua occupazione continua e permanente” non ne consegue affatto che il pubblico nel suo complesso non gode di tale diritto; infatti, l'avvicendamento costituisce il requisito adatto per la realizzazione di tale diritto.

E riguardo alla regola 'primo arrivato, primo servito'? Paterson pensa che questo ponga fine al carattere pubblico perché dà agli individui il diritto di escludere altri da quelle particolari porzioni che essi reclamano come proprie. Ma in questo caso siamo in una condizione diversa dal pieno diritto di proprietà privata. Se io ho la proprietà privata di un terreno, questo resta mio, e l'accesso è vietato ad altri, anche quando sono lontano. Ma se io lascio un posto specifico di un parco pubblico dove mi ero sdraiato sull'erba, perdo tutti i diritti di occupazione. A questo riguardo, il mio diritto è simile a quello di una persona in attesa che si liberi il posto piuttosto che una proprietà a tutti gli effetti (freehold property).

Quale delle due è preferibile: la regola dell'avvicendamento o quella del primo arrivato, primo servito? Ciò dipende, si presume, dalla funzione della risorsa in questione. Nel caso di una via di attraversamento, è interesse degli utenti – il pubblico – che la regola dell'avvicendamento sia applicata in quanto una strada perde la sua utilità se non può essere percorsa. E tuttavia, la tesi dell'autonomia personale suggerisce che non tutta la proprietà pubblica dovrebbe essere soggetta alla regola dell'avvicendamento, per cui in taluni casi la regola del 'primo arrivato, primo servito' appare appropriata.

Supponiamo che un conflitto sorga tra due utenti di una proprietà; uno pensa che quella proprietà debba essere gestita dalla regola dell'avvicendamento, e un altro ritiene che sia meglio applicare la regola del 'primo arrivato, primo servito'. Cosa succede allora?

Idealmente la decisione dovrebbe essere presa dal proprietario, e cioè dal pubblico. Ma solo una decisione unanime potrebbe contare come volontà del pubblico, e decisioni unanimi sono molto difficili da raggiungere (Mettere la cosa in votazione rivelerebbe solo la volontà di una fazione maggioritaria del pubblico). In questo caso, il pubblico si trova nella stessa situazione di un bambino, di un lunatico, di una persona smarrita, o di una persona in stato incosciente: il pubblico ha il diritto di decidere sul problema ma è, al momento, incapace di prendere una decisione coerente, per cui la decisione deve essere assunta per lui da una corte che cerchi (presumibilmente in risposta ad una azione di gruppo) di determinare cos'è meglio nell'interesse degli utenti.

 

Seconda obiezione : amministrare la proprietà pubblica (^)

Richard Hammer sottolinea compiaciuto che gli spazi chiusi di un centro commerciale sono generalmente più sicuri delle strade cittadine. E questo, come egli nota, è dovuto a due motivi. Il primo è che i proprietari del centro commerciale hanno un incentivo monetario a gestire al meglio il complesso per paura di perdere clienti, mentre il governo nella sua gestione è sottoposto a incentivi molto più deboli. In secondo luogo, i proprietari del centro commerciale possono fissare standard più elevati riguardo al comportamento accettabile all'interno del centro, e possono decidere di escludere persone indesiderabili, mentre la polizia ha un potere ridotto nel proibire alle persone l'uso delle vie cittadine. Questo significa allora che, in una società libertaria, la proprietà pubblica sarà gestita in maniera più approssimativa?

Non necessariamente. Prendiamo in esame il primo incentivo. Dal momento che la proprietà è pubblica, ognuno ha un uguale diritto di amministrarla. Ma alcuni avranno motivi più forti di altri per amministrarla. Consideriamo il caso menzionato precedentemente, della strada costruita e poi donata al pubblico da coloro che possiedono i terreni confinanti con la strada e che sperano che la prossimità della strada accrescerà il valore della proprietà e porterà un incremento di traffico benefico per la loro attività commerciale. Gli stessi incentivi che hanno condotto queste persone a costruire la strada li porterebbero a gestirla, dal momento che il valore della proprietà sarà più elevato e i clienti più numerosi se la strada è sicura.

Inoltre, l'insicurezza delle strade cittadine è il risultato non solo del fatto che queste sono pubbliche ma che la polizia gode di un monopolio nella fornitura di servizi di protezione. Un mercato concorrenziale in quell'ambito arriverebbe a escogitare un modo per offrire ai clienti una qualche protezione anche quando si trovano in spazi pubblici. Ad esempio, i parchi pubblici potrebbero essere vigilati da un consorzio di compagnie assicurative qualora un numero sostanziale di utenti godesse nella frequentazione di tali parchi.

Per quanto poi riguarda gli standard più elevati, è vero che gli utenti di una proprietà pubblica incontrano rischi maggiori che gli utenti di una proprietà privata. Un centro commerciale privato (soprattutto in una società libertaria, dove il diritto di accesso ad una proprietà privata è legalmente protetto) può escludere degli utenti per il semplice fatto che appaiono costituire una minaccia ad altri utenti, anche se non hanno commesso alcun atto violento (o l'accesso può essere ammesso solo se firmano una impegnativa, girano senza armi, mostrano di essere assicurati o esibiscono una lettera di raccomandazione dal loro consigliere spirituale, ecc.). La proprietà pubblica, invece, deve essere aperta a chiunque la cui condotta è stata, fino a qual momento, pacifica. Per questo, si può dire che la proprietà pubblica consente una maggiore libertà. Ne consegue che la scelta migliore è una società che fa spazio ad entrambe, la proprietà pubblica e la proprietà privata. Coloro che assegnano un valore più elevato alla sicurezza e sono disposti a sopportare alcune restrizioni pesanti per conseguirla (ad esempio, le cosiddette Anziane Signore) saranno liberi di sostenere la proprietà privata, mentre coloro che cercano la libera espressione di sé, sono contrari alle restrizioni e accettano rischi maggiori provenienti da altri (chiamiamoli gli Alternativi) saranno allora liberi di sostenere la proprietà pubblica.

 

Terza obiezione: responsabilità e proprietà pubblica (^)

In una società libera, le persone sono responsabili dei danni che possono causare. Immaginiamo che la strada corra accanto alla tua casa, e io decida di donare la strada al pubblico e che quindi non sia più possibile escludere dal suo utilizzo persone poco raccomandabili. Prima vi erano guardie ai caselli che controllavano gli accessi verificando l'identità degli utenti. Adesso, costoro non ci sono più e un bel giorno un pazzo, che precedentemente sarebbe stato bloccato dall'imboccare quella strada, la usa per arrivare fino a casa tua e massacrare la tua famiglia. Dal momento che la perdita della tua sicurezza è stata causata dalla mia decisione, mi è stato detto (da Richard Hammer) che io dovrei essere legalmente responsabile di quanto accaduto. E se fosse così, la proprietà pubblica non sarebbe accettata in una nazione libera a causa dei costi troppo elevati in termini di responsabilità.

Ma, di certo, un sistema legale libertario non assegnerà alle persone la responsabilità per qualsiasi danno di cui essi sono solo una causa molto lontana. La tendenza statalista di considerare i produttori di armi responsabili dell'uso che ne viene fatto da criminali, e altre simili tesi, cozza con il principio libertario della responsabilità personale. Un proprietario non è tenuto obbligatoriamente a verificare le credenziali di una persona a cui concede o vende la sua proprietà.

 

Quarta obiezione: reversibilità della proprietà pubblica (^)

Una volta che la proprietà diventa pubblica, come può ritornare ad essere privata? In una economia di libero mercato, alla proprietà si assegna il valore più elevato perché coloro che valutano di più quella proprietà l'acquisteranno da coloro che la valutano di meno. Ma se io do a Central Park una valutazione maggiore di quella data dal pubblico nel suo insieme, come posso acquistare dal pubblico tale proprietà? Il pubblico, in quanto entità dispersa, disorganizzata e separata non ha la capacità di dare il suo assenso alla vendita.

Questo è un problema difficile a cui non so dare una soluzione esauriente. Formulo solo alcune possibili risposte.

Ci sono due modi per perdere il mio diritto a una proprietà. Posso venderla o posso abbandonarla. Il pubblico non è nella condizione di concederla o venderla [7] ma può forse abbandonarla.

Cosa vale come un abbandono di una proprietà da parte del pubblico? Il caso più semplice sarebbe quando nessuno ne ha fatto uso per un lungo periodo di tempo. (Quanto lungo? La lunghezza del periodo dovrebbe presumibilmente essere la stessa che si assume quando si abbandona una proprietà privata). Ma cosa avviene se soltanto un numero ridotto di persone hanno utilizzato quella proprietà? Ciò può essere preso come se il pubblico continuasse a usare quella proprietà (considerato che quella proprietà non è mai stata usata dall'insieme del pubblico)?

Oppure, supponiamo che io privatizzi una parte della proprietà, reclamandola per il mio uso esclusivo, circondandola con una staccionata e cose del genere. Forse conta come mia se e fino a quando nessuno protesta. (Quante persone devo informare che ho privatizzato quella parte di terra?) E ancora, cosa avviene se solo un ridottissimo numero di persone protesta contro il mio atto? Che valore ha la loro protesta?

A un certo punto questi problemi devono trovare risoluzione da parte di un sistema legale libertario, attraverso l'evoluzione di precedenti della common law. Questo mi andrebbe bene. Ma, l'aspetto su cui voglio insistere è che è importante, per una società libertaria, assegnare un certo ruolo alla proprietà pubblica. Un sistema in cui tutta la proprietà è privata può essere parimenti oppressivo come un sistema in cui tutta la proprietà è pubblica. Invece, un sistema che permette una rete di spazi privati e di spazi pubblici in concorrenza tra di loro offre le opportunità più grandi per uno sviluppo della libertà personale.

 


Riferimenti (^)

[1] Per una più esauriente difesa di questa tesi si veda Samuel C. Wheeler III, "Natural Property Rights as Body Rights," in Tibor R. Machan, ed., The Main Debate: Communism versus Capitalism (New York: Random House, 1987), pp. 272–289.

[2] Citato in Murray N. Rothbard, For A New Liberty: The Libertarian Manifesto, Revised Edition (San Francisco: Fox & Wilkes, 1994), pp. 36–37.

[3] Questo è un motivo per la mia riserva riguardo al modello di una nazione libera basata sulla proprietà in comune, dove tutti i terreni sono tenuti da una agenzia centrale e dati in affitto ai suoi abitanti. Si veda il mio: "The Return of Leviathan: Can We Prevent It?," Formulations, Vol. III, No. 3 (Spring 1996).

[4] Carol Rose, "The Comedy of the Commons: Custom, Commerce, and Inherently Public Property," University of Chicago Law Review, Vol. 53, No. 3 (Summer 1986), pp. 711–781; David Schmidtz, "The Institution of Property," Social Philosophy & Policy, Vol. 11 (1994), pp. 42–62.

[5] Isabel Paterson, The God of the Machine (New Brunswick: Transaction Publishers, 1993), pp. 180–181.

[6] Paterson, pp. 181–182.

[7] Io non ritengo che debba essere così. Qualcuno potrebbe argomentare che la corte potrebbe agire a vantaggio degli interessi delle persone autorizzando il trasferimento della proprietà dalla collettività a me in cambio del pagamento di un “prezzo” che consiste nel fatto che io compia qualcosa giudicato di beneficio per il pubblico in generale. Sono comunque cauto nell'andare troppo oltre al riguardo. Infatti, se la corte si appropria di un potere eccessivo nell'amministrare la proprietà del pubblico in quanto “entità disorganizzata”, rischiamo di ritornare al modello di “pubblico organizzato” che é proprio della proprietà governativa, e l'intera idea del libero accesso è sostituita dall'accesso-nell'interesse-del-pubblico-determinato-da-qualche-figura-ufficiale. Inoltre, il valore della proprietà pubblica è profondamente minato se essa può essere privatizzata a seguito delle decisioni di un qualche giudice.

 


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