Adam Smith

Contro i padroni
passaggi scelti da La Ricchezza delle Nazioni

(1776)

 



Nota

Questa scelta di passaggi presi dal capolavoro di Adam Smith, La Ricchezza delle Nazioni, dovrebbe distruggere una volta per tutte l'immagine edulcorata e convenientemente falsa di un Adam Smith sostenitore acritico dei padroni economici (commercianti e dei fabbricanti). Smith era favorevole al libero commercio e alla libera industria ma vedeva entrambe messe a rischio continuamente dalla collusione tra padroni economici (commercianti e fabbricanti) e padroni politici (i governanti statali). Egli chiamò questa pratica Mercantilismo. E tuttavia, occorre sottolineare chiaramente che il cosiddetto Capitalismo ha proseguito sulla scia del Mercantilismo e non è altro che un Mercantilismo su più larga scala. Infatti esso si basa su un profondo intreccio tra uomini politici e uomini d'affari come mai si è visto nel corso della storia.

 


 

Lista di temi

L'accaparramento della terre da parte di padroni
L'interesse dei padroni prevale in genere su quello dei lavoratori
Giustizia e benessere sono indici di una società fiorente
Alti salari generano una elevata qualità e produttività del lavoro
L'ideale economico è il lavoratore indipendente
La diminuzione dei profitti come indice di prosperità generale
L'uguaglianza come conseguenza della libertà
Gli Atti del Parlamento talvolta necessari per garantire la libertà di impiego
I padroni e i governanti contro la proprietà dei lavoratori
La libertà di commercio ha effetti benefici per il pubblico
I padroni e i lavoratori della città hanno la meglio sulla popolazione rurale
I padroni si uniscono per sfruttare il pubblico (con il supporto dello stato)
Le leggi sono di solito sfavorevoli ai lavoratori
I padroni consigliano e influenzano i governanti per il proprio tornaconto
L'egoismo e l'avarizia dei padroni
I fabbricanti possono prosperare in tempo di guerra
Il monopolio del mercato interno
Le restrizioni al commercio
Egoismo e nazionalismo dei padroni
I commercianti gonfiano i prezzi delle merci e abbassano i salari dei lavoratori
Il governo peggiore è quello delle compagnie mercantili
Lo sfruttamento delle colonie
Le assurde lamentele dei capitalisti britannici
Il gigantismo innaturale
Il monopolio
I grandi proprietari richiedono l'esistenza del governo per la loro sicurezza
I sudditi danarosi incrementano le loro ricchezze prestando soldi al governo

 


 

L'accaparramento della terre da parte di padroni (^)

Non appena la terra di un paese diventa tutta proprietà privata, i proprietari, come tutti gli altri uomini, amano raccogliere dove non hanno mai seminato, ed esigono una rendita anche per il suo prodotto naturale. Il legno della foresta, l'erba dei campi, e tutti i frutti naturali della terra che, quando essa era in comune, costavano al lavoratore solo la fatica di raccoglierli, vengono ad avere, anche per lui, un prezzo addizionale che è ad essi attribuito. Egli deve allora pagare per il permesso di raccoglierli e deve dare al proprietario una parte di ciò che il suo lavoro raccoglie o produce. Questa parte o, ciò che è lo stesso il prezzo di questa parte, costituisce la rendita della terra, e nel prezzo della maggior parte delle merci essa rappresenta una quota pari a un terzo.
(Libro I, Capitolo VI)

 


 

L'interesse dei padroni prevale in genere su quello dei lavoratori (^)

Quale sia il salario ordinario dipende ovunque dal contratto stipulato solitamente tra queste due parti i cui interessi non sono affatto gli stessi. I lavoratori desiderano ottenere il più possibile, i padroni concedere il meno che possono. I primi sono disposti a formare intese per far aumentare i salari, i secondi per abbassarli.
Non è tuttavia difficile prevedere quale delle due parti sia generalmente avvantaggiata nel confronto, e costringa l'altra ad accettare i propri termini. I padroni, essendo in numero minore, possono accordarsi molto più facilmente e, d'altronde, la legge autorizza o perlomeno non proibisce le loro intese, mentre proibisce quelle dei lavoratori.
Non abbiamo nessun atto del parlamento che vieti di accordarsi per diminuire il prezzo del lavoro; ma ne abbiamo molte contro gli accordi intesi per aumentarlo. In tutte queste dispute i padroni possono resistere molto più a lungo. Un proprietario, un affittuario, un industriale o un commerciante, anche se non impiegassero alcun lavoratore, potrebbero generalmente vivere un anno o due sul capitale già acquisito. Molti lavoratori, privi di lavoro, non potrebbero andare avanti neppure una settimana, pochi potrebbero durare un mese, e quasi nessuno un anno. Nel lungo periodo il lavoratore può essere necessario al suo padrone quanto il padrone lo è per lui, ma la necessità non è così immediata.
Come è stato detto, raramente si sente parlare di intese tra padroni ma frequentemente di quelle tra lavoratori. Ma chiunque desuma da questo che i padroni si coalizzano raramente, ignora le cose del mondo come pure questa materia. I padroni sono sempre ed ovunque in una sorta di tacita, ma costante e uniforme intesa volta a non aumentare i salari dei lavoratori al di sopra del loro livello attuale. Violare questa intesa è dappertutto una azione assai impopolare, che solleva critiche ad un padrone da parte dei suoi prossimi e pari. In effetti, raramente abbiamo sentore di intese simili, perché esse rappresentano lo stato normale e, si potrebbe dire, lo stato naturale delle cose, a cui non si presta più attenzione. I padroni talvolta si coalizzano anche in maniera specifica per ridurre i salari al di sotto del livello corrente. Questi accordi sono sempre condotti con il massimo di discrezione e segretezza, fino al momento della loro attuazione, e quando i lavoratori cedono, come fanno talvolta, senza opporre resistenza, sebbene ne soffrano gravemente, nessuno vi presta attenzione.
Contro tali intese, tuttavia, si oppongono di frequente unioni difensive di lavoratori i quali talvolta, anche senza alcuna provocazione di tal genere, si mettono d'accordo per innalzare il prezzo del lavoro. Le loro giustificazioni abituali sono, talvolta l'alto prezzo dei viveri; talvolta i grandi profitti che i loro padroni ricavano dal loro lavoro. Ma sia che le loro intese abbiano carattere offensivo o difensivo, esse fanno sempre molto rumore. Per raggiungere una decisione sollecita, essi ricorrono sempre ai metodi più chiassosi e talvolta alla violenza e all'oltraggio più spregiudicati. Essi sono disperati e agiscono con la follia e spensieratezza delle persone disperate, che devono o morire di fame o spaventare i loro padroni al fine di spingerli a soddisfare immediatamente le loro richieste. I padroni, quando avvengono questi fatti, non sono dal canto loro meno chiassosi e non cessano di domandare ad alta voce l'assistenza del magistrato e l'applicazione rigorosa di quelle leggi che sono state promulgate con così grande severità contro le coalizioni di servitori, lavoratori e prestatori d'opera a giornata. Per cui, assai raramente i lavoratori traggono vantaggio dalla violenza di queste tumultuose coalizioni che, in parte per l'intervento del magistrato, in parte per la maggiore fermezza dei padroni, in parte per la necessità che ha la stragrande maggioranza dei lavoratori di sottomettersi per non perdere la fonte della loro sussistenza, generalmente finiscono in nient'altro che nella punizione o nella rovina dei capi della protesta.
(Libro I, Capitolo VIII)

 


 

Giustizia e benessere sono indici di una società fiorente(^)

Servitori, lavoratori e operai di vario tipo costituiscono la parte di gran lunga maggiore di ogni grande società politica. Ma ciò che migliora le condizioni dei più non può mai essere considerato un disturbo per l'insieme. Nessuna società può essere fiorente e felice se la maggior parte dei suoi membri sono poveri e miserabili. Inoltre, è più che giusto che coloro che nutrono, vestono e alloggiano l'intero corpo sociale, debbano avere una quota del prodotto del loro proprio lavoro che li metta in grado di essere essi stessi discretamente ben nutriti, vestiti e alloggiati.
(Libro I, Capitolo VIII)

 


 

Alti salari generano una alta qualità e produttività del lavoro (^)

I salari stimolano l'operosità che, come ogni altra qualità umana, migliora in proporzione all'incoraggiamento che riceve. Mezzi di sussistenza abbondanti accrescono la forza fisica del lavoratore e la piacevole speranza di migliorare le proprie condizioni di vita, e di finire i suoi giorni forse nella comodità e nell'abbondanza, lo motivano a impegnarsi al massimo. Conseguentemente, dove i salari sono elevati troveremo sempre lavoratori più attivi, diligenti e solleciti, che dove essi sono bassi.
(Libro I, Capitolo VIII)

 


 

L'ideale economico è il lavoratore indipendente (^)

Nulla può essere più assurdo, tuttavia, che immaginare che gli uomini in generale lavorerebbero meno quando lavorano per sé stessi che quando lavorano per altri. Un povero lavoratore indipendente sarà generalmente più industrioso anche di un uomo a giornata che lavora a cottimo. Il primo gode l'intero prodotto della propria industria; l'altro lo divide con il suo padrone. L'uno, nel suo stato indipendente e isolato è meno soggetto alle tentazioni delle cattive compagnie che, nelle grandi fabbriche, rovinano così di frequente la morale delle persone. La superiorità del lavoratore indipendente rispetto a coloro che sono assunti a mese o ad anno, e i cui salari e mantenimento sono sempre uguali sia che facciano molto o poco, è probabilmente di gran lunga maggiore. In tempi di espansione economica il numero di lavoratori indipendenti tende ad aumentare, rispetto ai lavoratori a giornata e ai servitori di ogni tipo, e l'opposto avviene durante una recessione.
(Libro I, Capitolo VIII)

 


 

La diminuzione dei profitti come indice di prosperità generale (^)

Quando i profitti diminuiscono, i mercanti tendono a lamentarsi che il commercio decade; sebbene la diminuzione del profitto sia l'effetto naturale della prosperità del commercio stesso, cioè del fatto che un capitale maggiore di prima è in esso impiegato.
(Libro I, Capitolo IX)

Ma il saggio di profitto non aumenta, come la rendita e i salari, con la prosperità, né si riduce con il declino della società. Al contrario, esso è naturalmente basso nei paesi ricchi ed elevato in quelli poveri, ed è sempre più elevato nei paesi che stanno andando più rapidamente in rovina Perciò, l'interesse di questa terza classe non ha lo stesso rapporto con l'interesse generale che ha quello delle altre due classi [i proprietari terrieri e i lavoratori manuali]. I mercanti e gli imprenditori sono, all'interno di questa classe, le due categorie di persone che di solito impiegano la più grande quantità di capitali, e che, per la loro ricchezza, attraggono verso di sé, la quota più grande di considerazione da parte del pubblico. Poiché durante la loro intera esistenza essi sono impegnati in piani e progetti, hanno di frequente una capacità di comprensione più acuta della maggior parte dei proprietari terrieri. Tuttavia, dal momento che i loro pensieri sono normalmente rivolti più verso l'interesse del loro particolare ramo di attività, anziché verso quello della società, il loro giudizio, anche quando emesso con la massima schiettezza (il che non è sempre il caso) si basa molto più sull'interesse personale che su quello generale.
(Libro I, Capitolo XI)

 


 

L'uguaglianza come conseguenza della libertà (^)

L'insieme dei vantaggi e degli svantaggi dei differenti impieghi del lavoro e del capitale devono essere, nella stessa zona, o perfettamente uguali o tendere o tendere continuamente ad equilibrarsi. Se nella stessa zona ci fosse un impiego chiaramente o più o meno vantaggioso degli altri, un numero così grande di persone si affollerebbero in un caso e si distanzierebbero nell'altro caso, che i vantaggi ad esso connessi ritornerebbero subito al livello proprio di altri impieghi. Questo quanto meno si verificherebbe in una società in cui le cose fossero lasciate al loro corso naturale, dove vi fosse piena libertà, e dove ogni persona fosse perfettamente libera di scegliere quale occupazione ritenesse più adatta e di cambiarla ogni qualvolta lo giudicasse opportuno. L'interesse personale gli suggerirebbe di cercare l'impiego vantaggioso e di scartare quello svantaggioso.

I salari monetari e i profitti sono, dappertutto in Europa, estremamente differenti a seconda dei differenti impieghi di lavoro e di capitale. Ma questa differenza deriva in parte da alcune circostanze connesse agli impieghi stessi, le quali, di fatto o almeno nella immaginazione delle persone, sostituiscono un basso guadagno in alcuni, e controbilanciano un grande guadagno in altri; e, in parte, deriva da misure politiche degli stati europei, che in nessun luogo lasciano le cose svolgersi in perfetta libertà.
(Libro I, Capitolo X, Parte I)

Ma gli stati europei, non lasciando le cose svolgersi in perfetta libertà, generano altre disuguaglianze ancora più importanti.
Ciò avviene principalmente nei tre modi seguenti. Primo, restringendo la possibilità di accedere liberamente a taluni impieghi a un numero inferiore a quello che sarebbe disposto ad entrarvi; secondo, accrescendola in altre al di là di quanto avverrebbe naturalmente; e terzo, ostacolando la libera circolazione del lavoro e del capitale, sia da impiego a impiego che da luogo a luogo.
(Libro I, Capitolo X, Parte II)

 


 

Gli Atti del Parlamento necessari per garantire la libertà di impiego

Non era ancora passato un anno da quando i tessitori di seta di Londra si erano costituti in corporazione, che essi introdussero uno statuto che impediva ad ogni maestro di avere più di due apprendisti alla volta. Fu necessario uno specifico atto del parlamento per abrogare questo statuto.
(Libro I, Capitolo X, Parte II)

 


 

I padroni e i governanti contro la proprietà dei lavoratori (^)

La proprietà che ognuno ha del suo lavoro, essendo il fondamento originario di ogni altra proprietà, risulta quindi essere la più sacra e la più inviolabile delle proprietà. Il patrimonio di un povero risiede nella forza e nella destrezza delle sue mani; e impedirgli di impiegare questa forza e destrezza nella maniera che egli reputa opportuna senza danno per il suo vicino, è una violazione patente della più sacra di tutte le proprietà. È una manifesta usurpazione della giusta libertà sia del lavoratore che di quelli che sarebbero disposti ad impiegarlo. E come impedisce all'uno di lavorare a ciò che ritiene conveniente, così impedisce agli altri di impiegare coloro che essi ritengono capaci.
Il giudizio su chi è idoneo ad essere impiegato, può sicuramente essere lasciato alla discrezionalità dei datori di lavoro il cui interesse è così tanto in gioco. L'ostentata preoccupazione del legislatore che essi possano assumere persone non idonee è chiaramente tanto inopportuna quanto oppressiva.
(Libro I, Capitolo X, Parte II)

 


 

La libertà di commercio ha effetti benefici per il pubblico (^)

L'aumento stesso della concorrenza ridurrebbe i profitti dei padroni come pure i salari degli operai. I commerci, le arti e le corporazioni sarebbero tutti perdenti. Ma il pubblico ne trarrebbe vantaggio in quanto il lavoro di tutti gli artigiani giungerebbe sul mercato a prezzi più convenienti.

È proprio per prevenire la riduzione dei prezzi e, di conseguenza, quella dei salari e dei profitti restringendo quella libera concorrenza che certamente provocherebbe tutto ciò, che tutte le corporazioni e la maggior parte delle leggi corporative sono state introdotte. Per istituire una corporazione, in passato, in molte parti d'Europa, non era richiesta altra autorità che quella della città in cui essa si costituiva. In Inghilterra, a dir la verità, era necessaria anche una concessione reale. Ma questa prerogativa della corona sembra fosse destinata piuttosto allo scopo di estorcere denaro dai sudditi che per la difesa della comune libertà contro tali oppressivi monopoli.
(Libro I, Capitolo X, Parte II)

 


 

I padroni e i lavoratori della città hanno la meglio sulla popolazione rurale (^)

Quindi, tutti quei regolamenti che tendono ad aumentare salari e profitti al di là di quanto essi diversamente sarebbero, tende a consentire alla città di acquistare, con una minore quantità del suo lavoro, il prodotto di una maggiore quantità del lavoro della campagna. I regolamenti attribuiscono ai commercianti e agli artigiani della città un vantaggio su proprietari terrieri, agricoltori e lavoratori dei campi, e rompono quella naturale uguaglianza che altrimenti si affermerebbe nel commercio tra città e campagna. Tutto il prodotto annuale della società è annualmente diviso tra questi due differenti gruppi di persone. Mediante i regolamenti corporativi è data agli abitanti della città una quota maggiore di quella che diversamente spetterebbe loro e una minore agli abitanti della campagna.
(Libro I, Capitolo X, Parte II)

Gli abitanti di una città, essendo concentrati in uno stesso luogo, possono facilmente associarsi. Di conseguenza, i mestieri più insignificanti esercitati nelle città sono stati, in vari luoghi, costituiti in corporazioni; e anche quando ciò non è avvenuto, pur tuttavia lo spirito corporativo, la gelosia nei confronti degli stranieri, 'avversione a dar lavoro ad apprendisti, o a comunicare il segreto del loro mestiere, di solito prevalgono in costoro e spesso li inducono, attraverso unioni e accordi volontari, a impedire quella libera concorrenza che non possono vietare con statuti. I mestieri che occupano soltanto un limitato numero di lavoranti mettono in atto più agevolmente tali accordi. Una mezza dozzina di cardatori sono forse necessari per tenere occupati mille filatori e tessitori. Accordandosi nel non impiegare apprendisti, essi non solo possono monopolizzare tutto il lavoro, ma anche ridurre tutta questa manifattura in una sorta di schiavitù a loro vantaggio, e aumentare il prezzo del loro lavoro molto al di sopra di quanto è dovuto per la natura della loro opera.
Gli abitanti della campagna, dispersi in luoghi distanti, non possono facilmente accordarsi tra di loro. Essi non solo non si sono mai uniti in corporazioni, ma lo spirito corporativo non ha mai prevalso tra di loro.
(Libro I, Capitolo X, Parte II)

 


 

I padroni si uniscono per sfruttare il pubblico (con il supporto dello stato) (^)

Le persone dello stesso mestiere raramente si ritrovano, anche solo per divertimento e distrazione, senza che la conversazione finisca in una cospirazione contro il pubblico, o in qualche marchingegno per aumentare i prezzi. È invero impossibile impedire tali riunioni con una legge che potesse essere messa in atto e che fosse rispettosa della libertà e della giustizia. Ma sebbene la legge non possa impedire alle persone dello stesso mestiere di ritrovarsi, essa non dovrebbe far nulla per facilitare tali riunioni, né tanto meno per renderle necessarie.
Un regolamento che obbliga tutti quelli di uno stesso mestiere in una particolare città a iscrivere il proprio nome e domicilio in un pubblico registro, facilita questi incontri. Esso mette in relazione individui che altrimenti non si sarebbero mai conosciuti, e dà a tutti coloro che esercitano lo stesso mestiere una indicazione sul dove trovare gli altri del suo mestiere.
Un regolamento che autorizza le persone dello stesso mestiere a tassarsi per provvedere ai propri poveri, ammalati, vedove e orfani, dando loro un comune interesse da amministrare, rende questi incontri necessari.
(Libro I, Capitolo X, Parte II)

 


 

Le leggi sono di solito sfavorevoli ai lavoratori (^)

Tutte le volte che la legge ha cercato di regolare i salari dei lavoratori, è stato sempre piuttosto per abbassarli che per aumentarli.
(Libro I, Capitolo X, Part II)

La politica europea, ostacolando la libera circolazione del lavoro e del capitale, sia da impiego a impiego che da luogo a luogo, determina in taluni casi una disuguaglianza assai dannosa nell'insieme dei vantaggi e svantaggi connessi ai differenti impieghi.
(Libro I, Capitolo X, Part II)

È ovunque molto più facile per un ricco commerciante ottenere il privilegio di vendere le sue merci in una città a ordinamento corporativo che per un povero artigiano ottenere quello di lavorarvi.
(Libro I, Capitolo X, Part II)

L'ostacolo che le leggi corporative pongono alla libera circolazione del lavoro è comune, io credo, a ogni parte d'Europa. Quello che è posto dalle leggi sui poveri è, per quanto ne so, specifico dell'Inghilterra. Esso consiste nella difficoltà che una persona povera incontra nell'ottenere la residenza o, addirittura, l'autorizzazione a esercitare il suo mestiere in una qualche circoscrizione diversa da quella a cui appartiene. È soltanto la libera circolazione del lavoro degli artigiani e dei fabbricanti che è ostacolata dalle leggi corporative. Può essere opportuno dare qualche informazione sull'origine, lo sviluppo e lo stato attuale di questo disordine, forse il più grande tra tutti nella politica inglese.
(Libro I, Capitolo X, Part II)

I prezzi del lavoro assai differenti che spesso troviamo in Inghilterra in luoghi non molto distanti tra di loro, sono probabilmente dovuti all'ostacolo che la legge sulla residenza pone al povero che volesse trasferire la sua attività da una circoscrizione all'altra senza un certificato. In verità, talvolta è tollerato che uno scapolo sano e industrioso possa cambiare circoscrizione senza un certificato; ma un uomo sposato con famiglia che tentasse di farlo, sarebbe sicuro di essere deportato, e se lo scapolo dovesse successivamente sposarsi, sarebbe in generale ugualmente mandato via.

Deportare una persona che non ha commesso alcun misfatto dal luogo dove ha scelto di risiedere è una violazione evidente della libertà e della giustizia naturale.

Mi sento di affermare che in Inghilterra non vi è un povero di quarant'anni che, in qualche periodo della sua vita, non si sia sentito crudelmente oppresso da questa mal concepita legge sulla residenza.
(Libro I, Capitolo X, Parte II)

In passato i proprietari terrieri erano i legislatori di ogni paese d'Europa. Le leggi relative alla terra erano perciò tutte congegnate sulla base di quello che essi supponevano essere l'interesse del proprietario. Era in nome di questo interesse che essi ritenevano che nessuna affittanza concessa dai loro predecessori dovesse impedire loro il godimento, per un lungo periodo di anni, dell'intero valore della loro terra. Avarizia e ingiustizia sono sempre miopi, ed essi non previdero quanto questi regolamenti avrebbero ostacolato le migliorie, e quindi danneggiato nel lungo andare il reale interesse dei proprietari.
Anticamente era inoltre implicito che gli affittuari, oltre che pagare l'affitto, fossero obbligati a compiere per il proprietario un gran numero di servizi che erano raramente specificati nel contratto di affitto, o regolati da qualche disposizione specifica, ma erano dovuti secondo gli usi e costumi del feudo o baronia. Per cui, essendo quasi del tutto arbitrari, questi servizi sottoponevano l'affittuario a molte vessazioni.
(Libro III, Capitolo II)

 


 

I padroni consigliano e influenzano i governanti per il proprio tornaconto (^)

Tutte le volte che i legislatori tentano di comporre le dispute tra i padroni e i loro operai, i loro consiglieri sono sempre i padroni. Perciò, quando le regole che sono introdotte sono a favore dei lavoratori, sono sempre giuste ed eque; non lo sono quando favoriscono i padroni. Quindi la legge che obbliga i padroni in diversi mestieri a pagare i loro operai in denaro e non in natura, è tutto sommato giusta ed equa. Essa non impone nessuna dura condizione ai padroni. Li obbliga solo a pagare in moneta un valore che essi pretendono di pagare, ma non sempre pagano realmente, in natura. Questa legge è a favore dei lavoratori; ma la legge dell'8° di Giorgio III è a vantaggio dei padroni. Quando i padroni si coalizzano per ridurre i salari dei loro lavoratori, essi di solito aderiscono a un patto o accordo privato, volto a non dare più di un determinato salario se non si vuole pagare una certa ammenda. Se i lavoratori aderissero ad una coalizione contraria dello stesso tipo, volta a rifiutare un determinato salario se non si vuole incorrere in una penalità, la legge li punirebbe severamente.
(Libro I, Capitolo X, Parte II)

Allargare il mercato e ridurre la concorrenza è sempre nell'interesse dell'uomo d'affari. Ampliare il mercato può di frequente essere in sintonia con gli interessi del pubblico; ma restringere la concorrenza è sempre contrario all'interesse del pubblico, e può servire soltanto a mettere in grado gli uomini d'affari di imporre a proprio vantaggio una assurda tassa sul resto dei propri concittadini, elevando i propri profitti al di sopra del loro livello naturale. La proposta di ogni nuova legge o regolamentazione commerciale che proviene da questa classe, dovrebbe essere sempre accolta con grande cautela, e non dovrebbe mai essere adottata se non dopo un lungo e minuzioso esame, prestando non solo la più scrupolosa ma anche la più sospettosa attenzione. Essa viene da una classe di persone il cui interesse non coincide mai esattamente con quello del pubblico; una classe che ha generalmente l'interesse a ingannare e persino opprimere il pubblico, e che, conseguentemente, l'ha ingannato ed oppresso in molte occasioni.
(Libro I, Capitolo XI)

 


 

L'egoismo e l'avarizia dei padroni (^)

Tutto per noi e niente per gli altri, sembra sia stato, in ogni epoca del mondo, la vile massima dei padroni dell'umanità. Quindi, non appena essi trovarono il modo di consumare per sé stessi l'intero valore delle loro rendite, essi non furono più disposti a condividerlo con nessun altro.
(Libro III, Capitolo IV)

I nostri produttori di lana hanno avuto più successo di qualsiasi altra classe di lavoratori nel persuadere i legislatori che la prosperità della nazione dipendeva dal successo e dall'ampiezza del loro particolare ramo di affari. Essi non solo hanno ottenuto un monopolio contro i consumatori attraverso una proibizione assoluta all'importazione di panni di lana da qualsiasi paese estero, ma hanno parimenti ottenuto un altro monopolio contro gli allevatori di pecore attraverso una simile proibizione all'esportazione di pecore e lana. Ci si lamenta molto della durezza di molte leggi che sono state introdotte per assicurare un guadagno, in quanto esse penalizzano fortemente azioni che, prima che gli statuti le definissero dei crimini, erano sempre state viste come comportamenti del tutto innocenti. Ma, mi sento di affermare che le più perverse delle nostre leggi sui guadagni sono lievi e inoffensive in confronto ad alcune di quelle che le strida dei nostri commercianti e fabbricanti hanno estorto dai legislatori per sostenere i loro assurdi e opprimenti monopoli. Come le leggi di Draco, si può ben affermare che queste leggi sono scritte col sangue.
(Libro IV, Capitolo VIII)

Mi sembra che non sia necessario rimarcare quanto questi regolamenti siano contrari alla conclamata libertà degli individui di cui noi ci mostriamo così preoccupati; ma, in questo caso, la libertà è sacrificata, in maniera del tutto evidente, ai futili interessi dei nostri commercianti e fabbricanti.
Il “lodevole” motivo di tutti questi regolamenti è quello di accrescere le nostre manifatture, non attraverso un loro miglioramento, ma deprimendo quelle di tutti i nostri vicini, e ponendo fine, per quanto possibile, alla preoccupante concorrenza di tali rivali così odiosi e spiacevoli. I nostri padroni manifatturieri pensano che sia ragionevole che essi soli debbano avere il monopolio della ingegnosità tra tutti i loro concittadini. Perciò, restringendo, in alcuni settori, il numero di apprendisti che possono essere impiegati contemporaneamente, e imponendo la necessità di un lungo apprendistato in tutti i campi, essi cercano, tutti quanti, di riservare la conoscenza dei loro rispettivi mestieri a un numero quanto più ristretto di persone; essi sono ad ogni modo contrari al fatto che qualsiasi individuo che fa parte di questo ristretto numero possa andare all'estero per trasmettere le sue conoscenze a uno straniero.

Il consumo è il solo fine e scopo di ogni produzione; e l'interesse del produttore dovrebbe essere quello di impegnarsi solo nella misura necessaria a promuovere quello del consumatore. Questa massima è così perfettamente evidente che sarebbe assurdo tentare di portare prove a suo sostegno. Ma nel sistema mercantile l'interesse del consumatore è quasi sempre sacrificato a quello del produttore; e sembra che la produzione, e non il consumo, sia ritenuto il fine e l'oggetto di ogni attività industriale e commerciale.
(Libro IV, Capitolo VIII)

 


 

I fabbricanti possono prosperare in tempo di guerra (^)

In tempo di guerra, i fabbricanti dovranno soddisfare una duplice domanda, e dovranno per prima cosa produrre merci da spedire all'estero per rimborsare i crediti ottenuti da paesi stranieri per la paga e il sostentamento dell'esercito; e, in secondo luogo, produrre merci necessarie a reintegrare il normale consumo del paese. Spesso quindi, nel mezzo della più rovinosa guerra all'estero, la maggior parte delle manifatture può, di frequente, essere estremamente fiorente; e, all'opposto, può decadere con il ritorno della pace. Le manifatture possono fiorire in mezzo alla rovina del paese, e cominciare ad andare in malora al ritorno della prosperità. La diversa situazione di molti differenti rami delle manifatture britanniche durante l'ultima guerra, e per qualche tempo dopo il ritorno della pace, può servire a illustrare quanto è stato appena detto.
(Libro IV, Capitolo I)

 


 

Il monopolio del mercato interno (^)

I commercianti e i fabbricanti sono coloro che traggono il massimo vantaggio da questo monopolio del mercato interno.
(Libro IV, Capitolo II)

I commercianti e i fabbricanti non si accontentano del monopolio del mercato interno, ma desiderano ugualmente di poter disporre del più esteso mercato estero per la vendita dei loro beni. Il loro paese non ha giurisdizione sulle nazioni straniere, e perciò raramente può procurare loro qualsiasi tipo di monopolio. Allora essi sono generalmente obbligati ad accontentarsi di fare petizioni per ottenere dei premi all'esportazione.
(Libro IV, Capitolo IV)

Alcuni beni che suscitano in maniera particolare la gelosia dei nostri fabbricanti sono del tutto interdetti dall'essere importati per il consumo interno.
( Libro IV, Capitolo IV)

Proprietari terrieri e agricoltori, dispersi in varie parti del paese, non possono così facilmente associarsi come i commercianti e i fabbricanti che, vivendo tutti in una città, e abituati a quello spirito corporativo esclusivo che prevale in loro, cercano naturalmente di ottenere contro tutti gli abitanti del paese gli stessi esclusivi privilegi di cui essi generalmente dispongono contro gli abitanti delle loro rispettive città. Conseguentemente essi appaiono come gli inventori originari di quelle restrizioni all'importazione di beni dall'estero che assicurano loro il monopolio del mercato interno. È stato probabilmente per imitarli, e porsi così allo stesso livello di coloro che, essi hanno scoperto, erano disposti a schiacciarli, che i proprietari terrieri e gli agricoltori della Gran Bretagna hanno dimenticato a tal punto la generosità che li caratterizzava da richiedere il privilegio esclusivo di fornire i loro connazionali di grano e carne. Forse essi non si sono presi il tempo di considerare quanto poco i loro interessi sarebbero compromessi dalla libertà di commercio rispetto a quelli di coloro di cui hanno seguito l'esempio.
(Libro IV, Capitolo II)

I Francesi sono stati particolarmente inclini a favorire le loro manifatture limitando l'importazione di quelle merci straniere che potevano entrare in concorrenza con le loro. In ciò consisteva una gran parte della politica di Colbert che, nonostante le sue grandi capacità, sembra che, in questo caso, sia stato sopraffatto dalla sofisticheria dei commercianti e dei fabbricanti i quali chiedono sempre un monopolio a danno dei loro connazionali.
(Libro IV, Capitolo II)

Noi siamo persino contrari a trasportare merci Francesi e preferiamo piuttosto rinunciare a un profitto piuttosto che vedere coloro che noi consideriamo come i nostri nemici ottenere un profitto tramite noi.
(Libro IV, Capitolo IV)

Lasciamo che la stessa libertà naturale di esercitare qualsiasi tipo di industria piaccia agli individui sia reintrodotta per tutti i sudditi di sua Maestà, come ai soldati e ai marinai; e cioè, si aboliscano i privilegi esclusivi delle corporazioni, e si elimini lo statuto dell'apprendistato, in quanto entrambi sono vere usurpazioni della libertà naturale, e in aggiunta a ciò, si cancelli la legge sulla residenza, di modo che un povero lavoratore, espulso da un impiego in un ramo di attività o in una località, possa cercarne un altro in un altro ramo o località senza il timore di essere perseguito dalla legge o rimosso, e né il pubblico né l'individuo soffriranno dall'occasionale smobilitazione di qualche classe particolare di fabbricanti più di quanto soffrirebbero dalla smobilitazione di un gruppo di soldati. I nostri fabbricanti hanno indubbiamente molti meriti nei confronti del loro paese, ma non possono averne più di quelli che lo difendono con il loro sangue, né meritano di essere trattati con maggior riguardo.

Aspettarsi davvero che la libertà di commercio possa mai essere reintrodotta in Gran Bretagna è altrettanto assurdo come aspettarsi che si formi un giorno una Oceana o una Utopia. Ad essa si oppongono in maniera irresistibile non solo i pregiudizi del pubblico ma, ciò che è molto più invincibile, gli interessi di molti individui. Se gli ufficiali dell'esercito si opponessero a qualsiasi riduzione di effettivi con lo stesso zelo e unanimità con cui i padroni delle fabbriche si oppongono a qualsiasi legge che potrebbe aumentare il numero dei concorrenti sul mercato interno; se gli ufficiali esortassero i loro soldati allo stesso modo che i padroni sobillano i loro operai ad attaccare con violenza e rabbia i sostenitori di simili misure, il tentativo di ridurre gli effettivi dell'esercito sarebbe altrettanto pericoloso quanto lo è adesso quello di ridurre in ogni modo il monopolio che i nostri fabbricanti hanno ottenuto contro di noi. Questo monopolio ha aumentato talmente il numero di qualche particolare razza di fabbricanti che, come l'escrescenza di un esercito permanente, essi sono diventati potentissimi presso il governo, e in molte occasioni intimidiscono i legislatori. Il membro del parlamento che appoggia qualsiasi proposta volta a rafforzare questo monopolio è sicuro di farsi la reputazione di persona che capisce i bisogni del commerci, ma anche di acquistare grande popolarità e influenza presso una classe di persone che per numero e ricchezza sono molto importanti. Se invece si oppone a loro, e ancor più se ha abbastanza autorità da riuscire a rendere vani i loro piani, né l'onestà più riconosciuta, né il più alto rango, né i massimi servizi resi al pubblico possono proteggerlo dagli insulti e dalla calunnia più infami, da ingiurie personali, e talvolta da pericoli reali che provengono dalla rabbia oltraggiosa di monopolisti furiosi e scontenti.
(Libro IV, Capitolo II)

 


 

Le restrizioni al commercio (^)

Sulla base di simili massime [l'interesse nazionale] si è tuttavia insegnato alle nazioni che il loro interesse consisteva nell'impoverire tutti i propri vicini. Si è fatto in modo che ogni nazione guardasse con occhio invidioso la prosperità di tutte le nazioni con le quali commercia, e considerasse il loro guadagno come una propria perdita. Il commercio che tra le nazioni, come tra gli individui, dovrebbe essere naturalmente un vincolo di unione e di amicizia, è diventato la fonte più fertile di discordia e di animosità. Nel secolo presente e in quello passato, l'ambizione capricciosa di re e ministri non è stata più fatale alla pace in Europa dell'impertinente gelosia di commercianti e fabbricanti. La violenza e l'ingiustizia dei governanti sono un male antico al quale temo che la natura dei rapporti umani possa difficilmente trovare rimedio. Ma, la gretta rapacità dello spirito monopolizzatore dei commercianti e dei fabbricanti, che non sono né dovrebbero essere i governanti dell'umanità, sebbene non la si possa forse correggere, può però essere facilmente tenuta sotto controllo al fine di non disturbare la tranquillità di tutti gli altri.

Che fosse lo spirito di monopolio a inventare e a diffondere questa dottrina, non possono esserci dubbi; e coloro che per primi la insegnarono non erano affatto così stupidi come coloro che la presero per buona. In ogni paese è e deve sempre essere l'interesse della grande parte del popolo acquistare ciò che si vuole da coloro che vendono al prezzo più conveniente. L'affermazione è così evidente che sembra ridicolo darsi la pena di fornire prove al riguardo; ed essa non sarebbe mai stata messa in dubbio se non fosse che la sofisticheria interessata dei commercianti e dei fabbricanti ha sconvolto il buon senso della gente. A questo riguardo il loro interesse è direttamente opposto a quello della maggior parte delle persone. Come è interesse dei membri di una corporazione impedire agli altri abitanti l'impiego di altri lavoratori che non facciano parte della corporazione, così è interesse dei mercanti e dei fabbricanti di ogni paese assicurarsi il monopolio del mercato interno.
(Libro IV, Capitolo III, Parte II)

Inoltre, lo scopo della maggior parte degli statuti di tutte le compagnie registrate, come pure di tutte le altre corporazioni, non è tanto quello di opprimere coloro che ne sono già membri, quanto scoraggiare altri dal diventarlo; la qual cosa può essere fatta non solo applicando multe salate, ma anche molti altri artifizi. L'obiettivo costante di tali compagnie è sempre quello di innalzare il saggio dei loro profitti al massimo; di far sì che il mercato, sia dei beni che essi esportano, sia di quelli che essi importano, risulti quanto più scarsamente fornito possibile: la qual cosa può essere fatta solo restringendo la concorrenza o scoraggiando nuovi imprenditori dal prendere parte alla produzione.
(Libro V, Capitolo I, Parte III)

 


 

Egoismo e nazionalismo dei padroni (^)

Ma proprio le stesse circostanze che avrebbero reso un commercio aperto e libero tra due paesi così vantaggioso per entrambi, hanno generato i blocchi principali a tale commercio Essendo vicini, essi sono necessariamente nemici, e la ricchezza e il potere di ciascuno diventa, sulla base di questa visione, più terrificante agli occhi dell'altro; e quello che avrebbe accresciuto il vantaggio di una amicizia tra nazioni serve solo a infiammare la violenza e l'animosità di ogni nazione. Entrambe sono ricche e industriose, e i commercianti e fabbricanti di ciascuna hanno paura della concorrenza che può venire dalle capacità e attività di coloro che vivono nell'altra nazione.
(Libro IV, Capitolo III, Parte II)

La Gran Bretagna … impone una proibizione assoluta alla costruzione di fornaci per la produzione dell'acciaio o di impianti per il taglio dei metalli in tutte le sue colonie americane. Essa non può sopportare che i suoi coloni si attivino in queste manifatture più avanzate anche se lo facessero per il proprio consumo; ma insiste che i coloni acquistino dai suoi commercianti e fabbricanti i beni di questo tipo di cui essi hanno bisogno.
Essa proibisce l'esportazione da una provincia all'altra per via fluviale, e persino il trasporto via terra in groppa ad un cavallo o su un carretto, di cappelli, di lane e beni in lana, prodotti in America; un regolamento che, praticamente, impedisce l'apertura di qualsiasi manifattura di questi beni per la vendita a distanza, e in tal modo limita l'attività industriale dei suoi coloni al confezionamento di oggetti grezzi e di produzione domestica come avviene comunemente presso una famiglia per il proprio consumo o per quello dei suoi vicini all'interno di una stessa provincia.
Tuttavia, proibire a un grande popolo di fare tutto quello che essi possono fare utilizzando ogni parte dei loro prodotti, o impiegando il loro capitale e la loro attività nel modo che essi ritengono più vantaggioso per loro, è una violazione palese dei più sacri diritti dell'umanità.
(Libro IV, Capitolo VII)

Attraverso l'esclusivo privilegio di fornire alle colonie tutti i beni di cui essi avevano bisogno dall'Europa , e di acquistare tutte quelle quote di prodotti in eccedenza che non potevano interferire con nessuno dei commerci che essi [i commercianti e fabbricanti inglesi] praticavano nel loro paese, l'interesse delle colonie era sacrificato all'interesse di questi commercianti.
(Libro IV, Capitolo VII)

 


 

I commercianti gonfiano i prezzi delle merci e abbassano i salari dei lavoratori (^)

Infatti, qualora sia possibile per una grande compagnia dominare l'intera produzione di un paese esteso, sarebbe forse nel loro interesse comportarsi come si dice facciano gli Olandesi nei confronti delle spezie delle Molucche [Indonesia] e cioè distruggerne e buttare via una parte considerevole al fine di tenere alti i prezzi della parte restante.
(Libro IV, Capitolo V)

Strappando dal legislatore premi all'esportazione dei propri panni, alte tasse sull'importazione di panni dall'estero, e una proibizione totale del consumo interno di ogni sorta di panni francesi, essi cercano di vendere i loro beni al prezzo più alto possibile. Incoraggiando l'importazione di filati di lino dall'estero, e quindi mettendoli in concorrenza con quelli prodotti dai loro connazionali, essi [i fabbricanti inglesi di panni di lino] cercano di comperare il lavoro dei poveri filatori al prezzo più basso possibile. Essi sono à tal punto intenti a tenere bassi i salari dei loro tessitori come pure i guadagni dei poveri filatori, e non è certo a vantaggio dei lavoratori che essi cercano o di aumentare il prezzo dei beni finiti o di abbassare quello dei beni grezzi. È l'industria portata avanti per il beneficio dei ricchi e potenti che è incoraggiata soprattutto dal nostro sistema mercantile. Quella che è esercitata a vantaggio del povero e dell'indigente è troppo spesso trascurata o oppressa.
(Libro IV, Capitolo VIII)

 


 

Il governo peggiore è quello delle compagnie mercantili (^)

Il governo retto da una compagnia mercantile che gode di diritti di esclusività è, forse, il peggiore governo in qualsiasi paese.

Tra tutti gli accorgimenti che possono operare assai bene per soffocare la crescita naturale di una nuova colonia, quello di una compagnia che gode di diritti esclusivi di commercio è senza dubbio il più efficace.

Ma, dal momento che tutti i diversi commercianti che uniscono i loro capitali per allestire navi registrate per il commercio trovano che risponde al loro interesse agire di concerto, il commercio condotto in tal modo sarà necessariamente molto simile a quello di una compagnia che ha diritti esclusivi di commercio. Il profitto di questi commercianti sarà quasi parimenti esorbitante e oppressivo.
(Libro IV, Capitolo VI)

 


 

Lo sfruttamento delle colonie (^)

La follia e l'ingiustizia sembrano essere i principi che hanno presieduto e diretto il primo progetto di stabilire queste colonie: la follia di andare alla ricerca di miniere d'oro e d'argento, e l'ingiustizia di agognare al possesso di un paese i cui abitanti del tutto indifesi, non solo non hanno mai fatto male alle popolazioni europee, ma hanno anche accolto i primi avventurieri con ogni segno di bontà e ospitalità.
(Libro IV, Capitolo VII, Parte II)

 


 

Le assurde lamentele dei capitalisti britannici (^)

I nostri commercianti spesso si lamentano dei salari elevati dei lavoratori britannici come causa che rende le loro merci poco concorrenziali sui mercati stranieri, ma essi tacciono al riguardo degli alti profitti sul capitale. Essi si lamentano dei guadagni stravaganti degli altri, ma non dicono nulla dei loro stravaganti profitti. E tuttavia, gli alti profitti dei capitalisti britannici può contribuire all'innalzamento dei prezzi dei manufatti britannici in molti casi allo stesso modo, e in alcuni casi forse ancora di più che non gli alti salari dei lavoratori britannici.
(Libro IV, Capitolo VII, Parte III)

 


 

Il gigantismo innaturale (^)

Il monopolio del commercio coloniale inoltre, convogliando verso quel settore di attività economica una quota maggiore del capitale della Gran Bretagna di quanto vi sarebbe affluito naturalmente, sembra abbia spezzato del tutto l'equilibrio naturale che sarebbe emerso tra i diversi rami dell'industria britannica. L'industria della Gran Bretagna, invece di porsi al servizio di tanti piccoli mercati si è adattata principalmente a un grande mercato. Il suo commercio, invece di disperdersi in un gran numero di piccoli canali, è stato impostato per indirizzarsi principalmente in un grande canale. Ma l'intero sistema della sua industria e commercio sono stati per questo fatto resi meno sicuri, l'intera condizione del suo corpo politico è meno sana di quanto sarebbe potuta essere altrimenti. Nella sua situazione presente, la Gran Bretagna assomiglia ad uno di quei corpi malati nel quale alcune parti vitali sono cresciute troppo, e che, a causa di ciò, sono soggette a molte patologie pericolose che invece colpirebbero di rado corpi in cui tutte le parti sono più propriamente proporzionate. Un piccolo arresto in quella grande arteria del sangue che è stata gonfiata artificialmente oltre le sue dimensioni naturali, e attraverso la quale una quota innaturale dell'industria e del commercio è stata forzata a circolare, porterà molto probabilmente gli scombussolamenti più rovinosi su tutto il corpo politico.
(Libro IV, Capitolo VII, Parte III)

 


 

Il Monopolio (^)

Il monopolio innalza il saggio di profitto, ma impedisce alla somma dei profitti di crescere al livello che altrimenti si innalzerebbe.
Tutte le fonti originarie di guadagno, i salari dei lavoratori, le rendite dei proprietari terrieri, e i profitti dei capitalisti, il monopolio li rende meno sostanziosi di quanto potrebbero essere. Per promuovere il magro interesse di una piccola classe di individui in un paese, il monopolio danneggia l'interesse di tutte le classi di persone nel paese, e di tutti quanti in tutti gli altri paesi.
(Libro IV, Capitolo VII, Parte III)

Risulta quindi che il vantaggio isolato che il monopolio assicura a una singola classe di individui, è in molti modi differenti di danno all'interesse generale del paese.

Fondare un grande impero al solo scopo di allevare un popolo di consumatori può essere a prima vista un progetto adatto a una nazione di bottegai. Esso è, ad ogni modo, un progetto del tutto inadatto ad una nazione di bottegai ma estremamente appropriato per una nazione il cui governo è sotto l'influenza dei bottegai.
(Libro IV, Capitolo VII, Parte III)

Tutti i diversi regolamenti del sistema mercantile scompigliano necessariamente più o meno questa distribuzione naturale e del tutto vantaggiosa del capitale. Ma quelle misure che riguardano il commercio con l'America e le Indie Orientali sono forse ancora più dannose in quanto il commercio verso questi due grandi continenti assorbe una quantità più grande di capitale rispetto ad altri due rami del commercio. Ad ogni modo, i regolamenti attraverso i quali questo scompiglio è messo in atto in quei due diversi rami del commercio non sono affatto gli stessi. Il monopolio è il grande motore in entrambi i casi; ma è un diverso tipo di monopolio.
E davvero il monopolio, di un tipo o di un altro, sembra essere il solo motore del sistema mercantile.
(Libro IV, Capitolo VII, Parte III)

 


 

I grandi proprietari richiedono l'esistenza del governo per la loro sicurezza (^)

Gli individui possono vivere in società con un livello tollerabile di sicurezza anche se non vi è un magistrato civile che li protegga dall'ingiustizia derivante da queste passioni. Ma l'avarizia e l'ambizione dei ricchi, l'odio del lavoro e l'amore di una vita comoda e godereccia dei poveri, sono le passioni che spingono a violare la proprietà altrui, passioni molto più costanti nella loro azione e molto più universali nel loro influsso. Dovunque vi siano grandi proprietà, là vi è grande ineguaglianza. Per uno molto ricco ci devono essere almeno cinquecento poveri, e l'opulenza dei pochi presuppone l'indigenza dei molti. L'opulenza dei ricchi eccita l'indignazione dei poveri che sono spesso spinti sia dall'indigenza che dall'invidia a violare ciò che altri posseggono. È solo sotto la protezione del magistrato civile che il proprietario di una proprietà di notevole valore, che è stata ottenuta attraverso il lavoro di molti anni, o forse di molte successive generazioni, che egli dorme ogni notte in sicurezza. Egli è tutto il tempo circondato da nemici sconosciuti che, sebbene mai soggetti a provocazione, egli non può mai placare, e dalla cui ingiustizia può essere protetto solo dal braccio potente del magistrato civile continuamente esercitato a castigare severamente. L'acquisizione di una proprietà di grande valore ed estensione, perciò, richiede l'istituzione di un governo civile.
(Libro V, Capitolo I, Parte II)

I ricchi, in particolare, sono necessariamente interessati a dare il loro sostegno a quell'ordine di cose che è il solo ad assicurare loro il godimento della loro condizione vantaggiosa.
(Libro V, Capitolo I, Parte II)

 


 

I sudditi danarosi incrementano le loro ricchezze prestando soldi al governo (^)

I commercianti o le persone che posseggono una certa fortuna fanno i soldi prestando denaro al governo, e invece di diminuirlo, accrescono il loro capitale commerciale. Perciò è da essi generalmente ritenuto un favore l'essere ammessi dall'amministrazione a partecipare alla prima sottoscrizione di un prestito al governo. Da qui la tendenza e la volontà nei soggetti di uno stato commerciale a offrire prestiti.

Il governo di un tale stato è molto pronto a contare sulla capacità e volontà dei suoi sudditi a prestargli il loro denaro in circostanze straordinarie. Esso prevede la facilità di prendere il prestito e perciò si ritiene dispensato dal dovere di risparmiare.
(Libro V, Capitolo III)

 


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