Charles P. Snow

Gli intellettuali come luddisti per natura
da Le due culture e la rivoluzione scientifica

(1959)

 



Nota

Questo è un estratto da una conferenza (la Rede Lecture) tenuta da C. P. Snow nel 1959.
La tesi sostenuta, dell'esistenza di un divario e di una incomprensione tra le due culture, quella scientifica e quella umanistica è, sostanzialmente, ancora valida e pregnante. Forse dovrebbe essere integrata dalla costatazione che, non solo gli intellettuali umanisti non comprendono e apprezzano ancora pienamente la scienza e la tecnica, ma che anche molti scienziati non sono affatto interessati a esplorare temi nel campo umanistico. Forse questo divario potrà essere superato solo quando le attività intellettuali e manuali saranno interconnesse e mescolate ogni giorno nella vita di ciascuno.

Per il testo integrale della conferenza si veda qui.

 


 

Le ragioni dell'esistenza delle due culture sono molteplici, profonde, e complesse, alcune radicate nella storia della società, altre nella storia di singole persone, ed altre ancora nell'intima dinamica delle diverse forme della stessa attività mentale.

Ma io voglio isolarne una, che non è tanto una ragione quanto un correlato, un qualcosa che circola all'interno e all'esterno di ciascuna di queste discussioni. È semplice dire di che si tratta. Si tratta di questo. Se si esclude la cultura scientifica, il resto degli intellettuali non si sono mai sforzati, né hanno mai desiderato, o non sono mai stati in grado, di capire la rivoluzione industriale, ed ancor meno di accettarla.

Gli intellettuali, ed in particolare i letterati, sono per natura Luddisti.

Ciò è vero specialmente del nostro paese, dove la rivoluzione industriale si verificò molto prima che altrove, durante un lungo periodo di distrazione mentale. Forse questo ci aiuta a capire il grado di fossilizzazione a cui siamo giunti attualmente. Ma con qualche precisazione, ciò è vero, ed è sorprendente, anche riguardo agli Stati Uniti.

In entrambi i paesi, ed anzi, in tutto l'Occidente, la prima ondata della rivoluzione industriale avanzò furtivamente senza che nessuno si rendesse conto di che cosa stesse accadendo. Si trattava naturalmente - o almeno tale era destinata a diventare, sotto i nostri occhi, e nel nostro tempo - della più grande trasformazione della società dopo la scoperta dell'agricoltura. Di fatto, le due rivoluzioni, quella agricola e quella industriale-scientifica, sono gli unici mutamenti qualitativi del vivere sociale che gli esseri umani abbiano mai conosciuto. Ma la cultura tradizionale non se ne rese conto: o quando se ne accorse, non se ne compiacque. Non che la cultura tradizionale non se la sia cavata magnificamente con la rivoluzione: le istituzioni educative inglesi si presero la loro parte della ricchezza inglese del diciannovesimo secolo, e purtroppo se ne servirono per fossilizzarsi nelle forme che conosciamo.

Quasi nessun talento e quasi nessuna energia immaginativa si soffermò a studiare la rivoluzione che stava producendo quella ricchezza. La cultura tradizionale se ne astraeva sempre più man mano che si arricchiva, educava i suoi giovani per l'amministrazione, per l'Impero Indiano, per la perpetuazione della cultura stessa, ma mai in circostanze tali da fornire loro gli strumenti per capire la rivoluzione o per prendervi parte. Uomini lungimiranti cominciarono a vedere, prima della metà del diciannovesimo secolo, che per continuare a produrre ricchezza, il paese doveva istruire qualcuna delle sue menti più brillanti nella scienza, in particolare nella scienza applicata. Nessuno li ascoltò. La cultura tradizionale rimase completamente sorda: e gli scienziati puri, quelli che c'erano, non ascoltarono con troppa attenzione. La storia, che continua sostanzialmente fino ai nostri giorni, è raccontata nel libro di Eric Ashby, Technlogy and the Academics.

Gli accademici non hanno avuto nulla a che fare con la rivoluzione industriale; come Corrie, il vecchio Master di Jesus College, diceva dei treni che arrivavano a Cambridge il sabato “È egualmente spiacevole per Dio e per me.” Quel poco di attività mentale che vi fu, se ve ne fu alcuna, nell'industria del diciannovesimo secolo, fu affidata a persone anticonvenzionali ed a lavoratori perspicaci. Storici americani della società mi hanno detto che la stessa cosa si verificò anche negli Stati Uniti. La rivoluzione industriale, che cominciò a svilupparsi nella Nuova Inghilterra all'incirca cinquant'anni più tardi che da noi, a quanto pare albergò in sé ben pochi talenti dotati di una certa cultura, sia allora sia in seguito nel corso del diciannovesimo secolo. Essa dovette arrangiarsi con la guida che uomini tutto-fare potevano offrirle - e naturalmente, a volte con tipi come Henry Ford, dotati di un briciolo di genialità.

La cosa curiosa era che in Germania, negli anni 1830 e 1840, molto prima che cominciasse una seria industrializzazione, era possibile avere una buona educazione universitaria in scienze applicate, migliore di quanto Inghilterra o Stati Uniti poterono offrire per un paio di generazioni. Non che io mi sappia spiegare questo fatto: esso non ha alcuna ragione sociale, ma fu così. Col risultato che Ludwig Mond, il figlio di un fornitore di corte, andò ad Heidelberg ad impararvi un po' di buona chimica applicata. Siemens, un ufficiale prussiano addetto alla comunicazione, fece all'accademia militare ed all'università quelli che, ai suoi tempi, erano eccellenti corsi di ingegneria elettrica. Poi vennero in Inghilterra, non trovarono la minima concorrenza, vi portarono con sé altri tedeschi istruiti, e fecero fortuna proprio come se si fossero trovati in un ricco e vergine territorio coloniale. Simile fortuna fecero altri tecnici tedeschi negli Stati Uniti.

Eppure, quasi dappertutto gli intellettuali non capivano ciò che stava accadendo. Certo, non lo capivano gli scrittori. Molti di essi scrollarono le spalle con disgusto, come se un uomo sensibile non potesse fare altro che ritirarsi; alcuni, come Ruskin e William Morris e Thoreau ed Emerson e Lawrence, escogitarono fantasticherie di vario genere, che in realtà si riducevano ad urla di orrore. È difficile pensare ad uno scrittore di alta classe che facesse realmente uno sforzo di immaginazione simpatetica, che riuscisse a vedere al tempo stesso non solo i vicoli ripugnanti, le ciminiere fumanti, che costituivano il prezzo interno da pagare – ma anche le prospettive di vita che si stavano aprendo per i poveri, i presagi della fortuna, fino ad ora riservata a pochi eletti, che stava appunto giungendo alla portata del rimanente 99% dell'umanità. Un simile sforzo di immaginazione avrebbe potuto farlo qualcuno dei romanzieri russi del diciannovesimo secolo; la loro visione delle cose era abbastanza ampia, ma essi vivevano in una società pre-industriale e non ne ebbero l'opportunità. L'unico scrittore di statura mondiale che sembra abbia capito la rivoluzione industriale fu Ibsen, già avanti negli anni: e poche erano le cose che quel vecchio non capisse.

Perché, è evidente, una cosa è chiara. L'industrializzazione è l'unica speranza per i poveri. Uso la parola “speranza” in un senso grossolano e prosaico. Non so proprio che farmene della sensibilità morale di chi è troppo raffinato per servirsene in questo senso. Noi, che stiamo bene, possiamo permetterci di pensare che i livelli materiali di vita non importino poi molto. Ci si può permettere di respingere l'industrializzazione per scelta personale - assumere il ruolo di un moderno Walden, se volete, e se ce la fate a vivere con poco da mangiare, a veder morire buona parte dei vostri figli in tenera età, a fare a meno dei vantaggi dell'alfabetismo, a rinunciare a vent' anni di vita, vi rispetterò per la forza della vostra reazione estetica. Ma non ho il minimo rispetto per voi se, anche passivamente, cercate di imporre la stessa scelta ad altri che non siano liberi di scegliere. Di fatto, sappiamo quale sarebbe la loro scelta. Giacché, con singolare unanimità, in ogni paese ove ne abbiano avuta la possibilità, i poveri hanno abbandonato le campagne per le fabbriche non appena le fabbriche furono in grado di accoglierli.

Ricordo alcuni discorsi fatti con mio nonno quando ero fanciullo. Egli era un tipico artigiano del diciannovesimo secolo. Era molto intelligente e aveva grande forza di carattere. Aveva lasciato la scuola all'età di dieci anni, e aveva continuato a farsi da solo una buona cultura fino alla vecchiaia. Aveva tutta l'appassionata fede nell'istruzione propria della sua classe. Tuttavia, non aveva mai avuto la fortuna - o, come sospetto adesso, la forza e l'abilità materiale - per fare molta strada. Infatti non riuscì ad essere mai niente di più che caporeparto della manutenzione di un deposito tranviario. Ai nipoti, la sua vita sarebbe sembrata incredibilmente faticosa e priva di soddisfazioni. Ma per lui non era così. Era troppo sensibile per non rendersi conto di non avere una occupazione adeguata alle sue capacità e troppo orgoglioso per non provare un giusto rancore: gli dispiaceva di non aver fatto di più, ma, rispetto a suo nonno, sentiva di aver fatto molto. Suo nonno doveva essere stato un lavoratore agricolo. Di lui non so neppure il nome. Era uno di quella “gente oscura,” come i vecchi liberali russi erano soliti chiamarla, completamente sperduta nel grande liquame anonimo della storia. Secondo mio nonno, non sapeva né leggere né scrivere, ma lo riteneva un uomo capace. Mio nonno era abbastanza severo riguardo a ciò che la società aveva fatto, o non aveva fatto, ai suoi antenati, e non idealizzava la loro condizione. Non era certo uno spasso essere un lavoratore agricolo nella seconda metà del diciottesimo secolo, in un tempo al quale noi, snob come siamo, pensiamo soltanto come il tempo dell'Illuminismo e di Jane Austen.

La rivoluzione industriale presentava un aspetto molto diverso a seconda che la si guardasse dall'alto o dal basso. Essa si presenta oggi molto diversamente a seconda che la si guardi da Chelsea o da un villaggio dell'Asia. Per gente come mio nonno, era fuori. discussione che la rivoluzione industriale era meno cattiva di ciò che era venuto prima. L'unico problema era di come renderla migliore.

In un senso più raffinato, è ancora questo il problema Nei paesi sviluppati ci siamo resi conto, in maniera più o meno approssimativa, di che cosa la vecchia rivoluzione industriale abbia portato con sé. Un notevole incremento demografico, dovuto al fatto che le scienze applicate si svilupparono in concomitanza con la scienza medica e con le cure mediche. Alimentazione sufficiente, per ragioni simili. Ciascuno in grado di leggere e scrivere, per il fatto che una società industriale non può funzionare senza questo. Salute, cibi, istruzione; soltanto la rivoluzione industriale poteva far arrivare tutte queste cose fin negli strati più poveri. Queste sono conquiste di primaria importanza - vi sono anche delle perdite, naturalmente, una delle quali è che l'organizzazione della società per l'industria facilita la sua organizzazione per una guerra totale. Ma le conquiste restano. Esse sono la base delle nostre speranze sociali.

E tuttavia: siamo in grado di capire come si siano prodotte? Abbiamo cominciato anche soltanto a comprendere la vecchia rivoluzione industriale? E almeno, la nuova rivoluzione scientifica, nella quale siamo immersi? Non v'è stato mai nulla di più necessario da capire.

 


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